lunedì 14 dicembre 2009

"Siate santi perché io sono santo" (Esodo 11, 45)

di Nicola Forlani

Robert Schuman è uno dei padri dell'Europa. Formatosi in una doppia cultura, quella francese e quella tedesca, egli sperimentò nella sua vita i drammi dell’ostilità franco-tedesca. Il prossimo anno ricorreranno i sessanta anni della dichiarazione che porta il suo nome.

Con la sua iniziativa ha avuto inizio un percorso alla fine del quale, almeno per i fondatori, era dichiarato anche l'obiettivo finale dell'unione politica dell'Europa. Schuman era mosso da un profondo afflato religioso, non solo nella sua vita privata, ma anche e soprattutto nel suo impegno politico che esercitò come vero e proprio apostolato. Egli applicava nella vita pubblica gli stessi principi della sua pratica religiosa privata.

Non è quindi un caso se il 29 maggio 2004, vigilia della Pentecoste, monsignor Pierre Raffin, vescovo di Metz, ha chiuso ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione di Robert Schuman. Il Vaticano non ha detto ancora un si definitivo: la questione ha evidenti risvolti politici.

Il reverendo Ian Paisley, ex parlamentare europeo, tanto anticomunitario quanto ferocemente antipapista, è stato tra i più strenui oppositori della causa che porterebbe, dritto dritto, alla santificazione di Schuman. Per molti sarebbe decisamente troppo qualora il sigillo di santità, espressione dell'autorità papale, si erigesse sulla cima più alta della costruzione europea.

Del pensiero cristiano impegnato in politica, Schuman scriveva: "La democrazia deve la sua origine e il suo sviluppo al cristianesimo. È nata quando l’uomo è stato chiamato a realizzare la dignità della persona nella libertà individuale, il rispetto dei diritti degli altri e l’amore verso il prossimo. Prima dell’annuncio cristiano tali principi non erano stati formulati, né erano mai divenuti la base spirituale di un sistema di autorità. È stato per primo il cristianesimo che ha dato valore all’uguaglianza di tutti gli uomini senza differenza di classi e razze ed ha trasmesso la morale del lavoro - “ora et labora” di San Benedetto - con il dovere di compierlo come servizio all’opera della creazione divina”.

La società a misura d’uomo è una società costruita secondo un progetto di “umanesimo integrale” (come sostenuto da Maritain), cioè un umanesimo non materialista, bensì aperto a Dio e alla trascendenza. Le società senza Dio, ricordava Schuman, sono state società contro l’uomo: non solo prima dell’avvento del cristianesimo, ma anche nell’epoca moderna con i totalitarismi atei. Il compito dei cristiani, di fronte alla politica, non si limita a predicare l’onestà, ma è diretto a far sì che siano difesi i valori dell’uomo. Schuman era cosciente che anche le democrazie possono produrre leggi ingiuste.

Sarà solo un caso se anche gli altri padri dell'Europa fossero tutti mossi da un forte afflato religioso? Nel 1951, prima di iniziare i delicati negoziati che avrebbero portato all'adozione del Trattato di Parigi, Adenauer, De Gasperi e Schuman si incontrarono in un monastero benedettino sul Reno per meditare e pregare. Nella loro visione l'Europa stessa si trasfigurava in un simbolo del Cristo che si è fatto uomo. Una dimensione di fede che, attraverso la rivelazione, diventava un essere nella storia.

Negare lo stretto rapporto tra processo di integrazione europea e radici cristiane e come sostenere che non vi sia rapporto alcuno tra la maionese e le uova. Nel suo intervento al Parlamento europeo il 17 settembre del 1997, il Cardinal Carlo Maria Martini disse: "Quella che siamo invitati a costruire è un’Europa dello spirito, riscoprendo e riproponendo per l’oggi i valori che l’hanno modellata lungo tutta la sua storia.. Tutti i valori che si sono affermati grazie al contributi di molteplici radici culturali – dallo spirito della Grecia alla romanità; dagli apporti venuti dai popoli latini, celti, germanici, slavi e ugro-finnici, alla cultura ebraica e agli influssi islamici – hanno trovato proprio nella tradizione giudeo-cristiana una forza capace di inverarli e di promuoverli. Oggi è necessario e urgente ritornare a essi e viverli in modo rinnovato nel presente”.

Con la sentenza CEDU sulla rimozione dei Crocifissi, esempio emblematico di quali forme possa assumere la stupidità umana, si è voluta accreditare l'idea che l'Europa sia stata edificata, da un manipolo di illuministi radicali, per difendere i valori dello stato laico. Da qualche settimana gli ermellini continentali non sono più soli. La paura dei cittadini svizzeri, che non vogliono veder erigere minareti nelle vallate alpine, è lì a fargli degna compagnia.

Il vuoto dei simboli assume sempre di più la forma del vuoto dei valori. Una società senza Dio, che negasse la dimensione della trascendenza sarebbe il modello ideale dell'impalpabile stato laico europeo? Una nuova società contro l'uomo, come sosteneva Schuman?

I simboli religiosi parlano alle coscienze. Avere a che fare con la propria (di coscienza) è uno dei segni tangibili della libertà. Quest'ultima è la più difficile da esercitare per l'uomo, essere presupponente e ricolmo di pregiudizi. Ancor più ardito vivere questa libertà con gli altri, nella dimensione sociale e politica. E' facile rifugiarsi nell'individualismo materialista, sino al punto di trasformare l'estremismo laicista in una bandiera ideologica dove nascondere il lato peggiore del nostro animo. Ma occorre comprendere e mai giudicare.

Qui a Roma, uno dei luoghi pubblici per eccellenza, simbolo della laicità dello stato, è il Tribunale per i Minori. Ha sede sul lungo Tevere, in un edificio un tempo adibito a convento. L'Aula Magna è posta nella cappella. Le sedute di svolgono sotto gli affreschi votivi.

Come in tutti i conventi, anche al centro dell'edificio che ospita il Tribunale vi è è un piccolo chiostro. Al centro, sopra una fontanella, c'è una Madonnina. Chi potrebbe mai essere così stupido da richiederne la rimozione in nome del diritto europeo? Chi è lo stolto che, senza peccato, senza Dio, senza tensione verso il trascendente, sarebbe pronto a demolire quelle poche e povere pietre?

Campoleone, 12 dicembre 2009

giovedì 26 novembre 2009

Pensiero positivo*

di Nicola Forlani

Secondo James Hansen della NASA, solo riducendo immediatamente l'uso dei combustibili fossili potremo salvare la Terra da qui a 20 anni. In caso contrario, si prevede un aumento del livello dei mari di 7 metri entro fine secolo.

Dal 7 al 18 dicembre prossimo si svolgerà s Copenhagen il summit Onu sul clima. Il Parlamento europeo si è espresso a favore di un accordo politico che possa rimediare, per quanto possibile, all'editto di Singapore, con cui Obama e Hu Jintao hanno annunciato che non vi sarà nessun accordo vincolante, tanto meno un trattato, sui tagli alle emissioni di CO2.

Il Parlamentari europei hanno sottolineato la disponibilità unilaterale dell'Unione a ridurre del 20% le emissioni entro il 2020 e del 30% se altri paesi vorranno aderire agli accordi.

E' ben probabile che a Copenhagen si raccoglierà molto poco, tante parole ma pochi impegni. Usa e Cina hanno deciso per tutti, mettendo ai margini della scena internazionale i 27 paesi del vecchio continente, divisi ed impotenti. Sarà arrivata l'ora di uno scatto di orgoglio federalista per l'Europa?

Un pensiero positivo. Fondare il potere europeo non è solo un'illuminata aspirazione, ma l'unica strada per salvare il futuro del pianeta.

Campoleone, 26 novembre 2009

* editoriale in voce per il programma radiofonico "Cosa decide il Parlamento europeo?". Una produzione Mediatelecom per conto dell'Ufficio per l'Italia del Pe. Progetto editoriale a cura di Nicola Forlani e Peppe Iannicelli.

Per le trasmissioni già andate in onda: http://www.europarl.it/view/it/trasmissioni/decidePE.html

venerdì 20 novembre 2009

Incontri per il federalismo militante, Cagliari

Sabato 5 Dicembre
SEZIONE DI CAGLIARI E CENTRO REGIONALE TOSCANO DEL MFE
INCONTRI PER IL FEDERALISMO MILITANTE PARTE 1
“La necessità di fondare la Federazione europea in un Mondo sempre più in difficoltà”

::: 10 - 13,30 “Dall’Atlantico al Pacifico: i nuovi equilibri del Mondo e l’Europa”
Parteciperanno ai lavori il Dott. Graziano Milia e l'On. Giampaolo Diana
Presiede Maria Teresa Di Bella Ruta
- Interventi introduttivi
Sante Granelli
Alfonso Iozzo
Giuseppe Usai
Simone Vannuccini

::: 13,45 Pranzo a buffet

::: 16,00 - 19,30 “Le nuove e le vecchie forme del progetto di unificazione europea. Il soggetto federale”
Presiede Valentina Usai
- Interventi introduttivi
Michele Ballerin
Bernard Barthalay
Rodolfo Gargano
Francesco Pigozzo
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● Domenica 6 Dicembre
SEZIONE DI CAGLIARI E CENTRO REGIONALE TOSCANO DEL MFE
INCONTRI PER IL FEDERALISMO MILITANTE PARTE 2
“La necessità di fondare la Federazione europea in un Mondo sempre più in difficoltà”

::: 9,30 – 13,00 “Il ruolo dei federalisti in questa nuova fase del processo d’integrazione europea”
Presiede Stefano Castagnoli
- Interventi introduttivi:
Ugo Ferruta
Nicola Forlani
Gino Majocchi

martedì 17 novembre 2009

Effetti global prodigiosi

ovvero dell'assenza del potere europeo

di Nicola Forlani

La conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici è in programma dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen. Eppure il suo epilogo è già stato scritto. E' ormai certo un sostanziale fallimento delle
più generose aspettative createsi dopo una lunga e logorroica viglia.

La strategia europea può anche andare a farsi benedire, così come l'ottimismo che ha animato i tanti euro fiduciosi che hanno speso tempo ed energie a disquisire sui mirabolanti risultati che avremmo dovuto attenderci dal summit danese.

La vicenda ha del prodigioso. L'epilogo anticipato è stato scritto al vertice APEC, l'organizzazione per la cooperazione economica dei paesi dell'Asia-Pacifico. Obama e Hu Jintao hanno deciso che non ci sarà nessun accordo globale sui cambiamenti climatici, buco dell'ozono in testa.

Tutto rimandato sullo Strøget. Previste solo esposizione di intenti, folta partecipazione di “Grandi” e foto di gruppo finale, con Sirenetta annessa. Come all'inutile vertice FAO in corso a Roma, e prima nel G8 e G 21, passando per G4 e timori di G2, le dichiarazioni di impegno di stanziamenti economici si sprecheranno.

Poi, guarda caso, questi impegni non risultano nel testo delle dichiarazioni finali, e solo una piccola parte di quanto promesso verrà impegnato dai “Grandi” del mondo. A proposito, ma grandi in cosa? Di sicuro nelle bugie che sanno così ben dissimulare. Le possibili altre ipotesi interpretative del “Grande” potrebbero accavallarsi, una sulle altre, in un crescendo parossistico; un percorso di analisi che sarà però bene non approfondire ulteriormente.

Il nuovo corso dell'amministrazione americana inizia a perdere pezzi. Il primo presidente di colore degli Stati Uniti, quello che ha più volte dichiarato la discontinuità rispetto alle politiche energetiche, e quindi militari, degli Usa dopo l'era Bush, rimane schiacciato sotto le più ovvie, per certi versi anche banalmente evidenti, esigenze di potere. Per parlare di libertà ai giovani cinesi si è persino prestato ad un messa in scena con un piccolo gruppo di improbabili e compiacenti astanti. Tutto oscurato in Cina, giusto per far bella figura nei nostri telegiornali.

La svolta ambientalista che il Presidente ha tentato di imprimere nel proprio Paese è ferma al Senato, e sembra che lo rimarrà ancora per un bel pezzo. Al momento non è individuabile nessun accordo con il principale competitor (non di certo alleato o amico, ma solo riconosciuto antagonista) su scala globale, la Cina.

Senza tralasciare il fatto che Obama ha già un Nobel per la pace in tasca. Chi sa, un repentino aggravarsi di uno dei tanti focolai di crisi internazionale potrebbe costringerlo a dover dar piglio alla violenza. A quel punto dei suoi proclami sulla nuova strategia internazionale, volta ad un più prudente multilateralismo, potrebbe costringerlo a svelare quella che è la reale, e tradizionale, posizione degli americani in tema di politica estera: fare, eventualmente, con gli altri, quello che si è disposti a fare, in ogni caso, da soli.

Il presidente nero, con l'editto di Singapore, si è giocato già metà della propria credibilità. Perdesse anche l'altra metà, dovrebbe chiedersi “ Posso ancora ritirare il Nobel?” Sarebbe un problema di coscienza.

Ma il terremoto del Pacifico ha prodotto anche un altro devastante effetto, meno prodigioso del primo. Un'onda anomala ha iniziato ad investire i Paesi del vecchio continente. Per la prima volta, un vertice America Asia mette ai margini della scena internazionale l'Europa, la Germania, la Francia.

Per induzione, l'Unione europea tutta, non solo è battuta sul piano delle proposte, ma non è proprio entrata nemmeno in campo. La squadra del soft power è rimasta chiusa negli spogliatoi. La partita di Copenaghen si annuncia come un'amichevole di prestigio, dove dare un palcoscenico a vecchie glorie che non hanno più alcun titolo per partecipare ai campionati del mondo.

I federalisti lo sostengono da tempo: senza la fondazione di un reale livello di potere europeo (e l'unico livello riconoscibile ed efficace è solo quello statuale) l'Europa tutta è destinata ad una progressiva marginalizzazione. Nel migliore dei casi diventeremo una grande Svizzera, opulenta, dedita alla speculazione finanziaria e ottima destinazione turistica per yankee sempre più obesi e occhi a mandorla bionici.

Il secondo aspetto dell'assunto, la marginalizzazione, è stato recentemente ricordato anche da Massimo D'Alema in occasione di un incontro presso la Rappresentanza della Commissione a Roma. Peccato che l'Alto rappresentante (in pectore) per la politica estera e la sicurezza comune abbia evidenziato il male ma non la cura.

Chi sa. Sotto il peso di sberle, come quella di Singapore - che non potranno che moltiplicarsi nel futuro – i leader del vecchio continente potrebbero rendersi conto che è giunta l'ora di un soprassalto di orgoglio federalista.

Il tempo lavora contro il buon senso e la ragione. Speriamo che quando i “Grandi” dovessero mai avvedersi di essere diventati “piccoli piccoli”, saremo ancora in tempo per poter quanto meno partecipare a qualche scambio di opinione al momento del caffè, oltre a rito della foto. Quando? Ma ovvio! Alla conclusione dei prossimi vertici indopacifici.

Campoleone, 17 novembre 2009

lunedì 9 novembre 2009

Povero Cristo, povera Europa

La sentenza Cedu quale rappresentazione di quell'Europa di cui nessuno sente il bisogno
di Nicola Forlani

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo contro il Crocifisso in aula (dicitura pubblicata sul sito del Consiglio d'Europa), sta sostenendo la nascita, nel nostro Paese, di un nuovo e ben più radicato movimento anti europeo.

Gli antipapalini rilanciano. Vanno bel oltre la questione strettamente giuridica, che riguarda esclusivamente un caso di specie, sostenendo la piena legittimità della rimozione dei Crocifissi dalle scuole, quale segno evidente della primazia dei valori dello Stato laico. Per inciso, nella scuole italiane, è già molto raro trovare aule con Crocifissi esposti; raro quanto trovare una struttura efficiente, personale docente motivato, ed alunni coinvolti e partecipi.

Possiamo annoverare molte condizioni di contesto che non fanno che esasperare la questione. L'ideologismo anticristiano, da espressione elitaria di movimenti radicali, sta assumendo sempre più i connotati di un ampio fenomeno di massa. La battaglia intrapresa da Papa Benedetto XVI contro le tendenze interpretative relativistiche sta ponendo la Chiesa cattolica in un'oggettiva posizione sociale minoritaria. Il laicismo, da espressione di una pragmatica modernità post illuministica, viene sempre più percepito come avversario degli elementi di religiosità della realtà contingente.

Altre opportune considerazioni potrebbero aggiungersi, senza però cambiare la principale caratteristica di ciò che sta avvenendo: il Crocifisso potrebbe diventare la bandiera di un'identità localistica, di un risorgente nazionalismo, di una pura e semplice lotta religiosa. E' già successo nel passato, con la compiacenza del potere temporale della Chiesa. Potrebbe ridiventarlo nel futuro?

Il Crocifisso è solo un oggetto che rappresenta una via di salvezza dalle umane angosce, attraverso la passione e la resurrezione; questo è quanto ci insegna il catechismo. Non solo un puntale dogma di fede del Dio che si è fatto uomo, ma un elemento rappresentativo, quindi eminentemente culturale, di essere nella storia. Se per un cristiano esso è un segno di identità, per i laici è un segno perenne della volontà di riscatto.

Potrebbe essere interessante provare ad analizzarne le dinamiche odierne in relazione al processo di integrazione europea. Prima di inoltrarci su questa strada, proviamo a fare un salto indietro di quasi un quarantennio. Intorno ai dieci anni, quando iniziavo a pormi le prime, elementari, domande sulle finalità dell'esistenza umana, vivevo, in pratica, in una scuola media. Da casa mia aprivo una porta ed entravo in un altro mondo, in un altra dimensione; la mattina di studio, il pomeriggio di giochi. Qui ritrovavo mio nonno, il signor Preside, una sorta di liberale giolittiano che apprezzava, e sosteneva, il moderatismo democristiano.

Tutto l'edificio era ricolmo di Crocifissi. D'estate, quando si svolgevano i lavori di manutenzione, quel ragazzino di dieci anni, li raccoglieva tutti, perché non andassero danneggiati o dispersi. Poi, verso i primi di settembre provvedeva a riposizionarli.

Fu proprio mio nonno, per primo, a parlarmi del progetto europeo, di come gli abitanti del vecchio continente avessero imboccato una strada razionale finalizzata alla pacifica convivenza. Il suo era un europeismo tipicamente funzionalista: attribuire un un ente superiore competenze nella misura ed in funzione, appunto, di una migliore gestione delle risorse. Aderire all'Europa, pur in assenza degli attributi di democraticità intrinseca del sistema (l'Ue era e rimane un'organizzazione internazionale a competenze delegate e il dibattito sulla democraticità di tali strutture appare del tutto surreale).

In buona sostanza il Mercato comune portava nelle case frigoriferi, cucine elettriche, televisori, coca cola e tanta fiducia nel futuro. L'Europa non solo era funzionalista, ma funzionava proprio! Ciò lo si doveva alle oculate scelte della cattolicesimo politico italiano che da De Gasperi in poi, ha fatto dell'obiettivo sovranazionale la principale caratteristica della politica internazionale italiana. Insomma, mio nonno, e la sua generazione erano la tipica rappresentazione di quel consenso diffuso pro europeo che abbiamo iniziato a disperdere.

Torniamo ai giorni nostri. La sentenza della Cedu mette in primo piano l'Europa di cui nessuno sente il bisogno. Quell'Europa che, in nome dell'affermazione di diritti, va a mettere il becco un po' dappertutto, incapace di occuparsi dell'unica cosa di cui potrebbero avere a cuore i suoi cittadini, l'essenziale: risorse energetiche e sviluppo economico; difesa della natura e ricerca scientifico/tecnologica, concorrenza economica e mercati globali, politica di sicurezza e promozione dei diritti umani. Il potere di occuparsi di queste cose non esiste e costituire un tale potere vuol dire costruire la nuova dimensione statuale della Federazione europea.

A nulla vale appellarsi alle puntualizzazioni e precisazioni in tema di Consiglio d'Europa, Unione europea, corti e tribunali. Nell'immaginario del cittadino comune esse sono “quisquigle e pinzellacchere”. Cose da “azzeccarbugli” note ad un'infinitesima percentuale della popolazione; di certo non ai giornalisti, ai politici, ai giuristi, ai cultori delle scienze umanistiche, tranne che ai quei pochissimi esperti del settore, qualche migliaio in tutti il Paese.

La percezione è netta: i miei bisogni non trovano più soluzione in ambito sovranazionale; le istituzioni comuni sono buone ad occuparsi anche del sesso degli angeli. Anzi, più si tentasse di spiegare ed informare - erigendo così una sorta di invalicabile linea del Piave- tanto più l'opinione pubblica, sempre più incerta e confusa, comprenderebbe che è giunto il momento opportuno per tracimare, senza controllo, verso la paura e l'immobilismo.

L'Europa tecnocratica riscuote sempre meno consenso, questo è un fatto politico che non può essere né sottaciuto né sottovalutato. Quella stessa Europa, compiendo un passo indietro nella lotta alla laicità, ha travolto, con la sentenza Cedu, il più comune buon senso. Quest'Europa non funziona. Una strada perniciosa su cui si è incamminata e che non sembra voler abbandonare.

Perché mai la presenza discreta di quel povero Cristo appeso che guarda, tacendo, le tante stupidità e nefandezze umane scuote tanto le coscienze? Quel ragazzino, che sognava l'Europa raccontata dal nonno, si poneva allora la domanda, e se la pone ancora oggi.

Campoleone, 9 novembre 2009

lunedì 5 ottobre 2009

Quel gran pasticcio di Lisbona

di Nicola Forlani

Tutti con gli occhi puntati in Irlanda, ad attendere quel fatidico si: scontato; scolorito; burocratico. Un si per quell'Europa alla carta dove ormai ognuno può ordinare quel che gli pare, senza aver in minimo conto la comune dimensione di destino che dovrebbe legare, in un vincolo indissolubile, i popoli del vecchio continente.

Un si raccolto con un referendum burla che fa spregio dell'espressione stessa della volontà popolare. Ma perché gli irlandesi si ostinano a non introdurre una piccolissima modifica costituzionale? Approvino anche loro per via parlamentare i trattati internazionali. Eviteranno a quasi cinquecento milioni di cittadini dell'Unione la periodica messa in scena del referendum bis, la vendetta.

Eppure, l'avvenimento più importante dopo le recenti elezioni tedesche, si stava svolgendo a Manchester. Un città completamente colorata di blu dove David Cameron ha riunito, per l'ultima volta prima delle prossime elezioni di primavera, il partito conservatore.

Il loro ritorno al potere è del tutto scontato. Non c'è partita. Gordon Brown è distanziato di almeno dieci punti. Ma un problema per Cameron c'è, ed è ingombrante come non mai: L'Europa dei ventisette. E' su questo terreno che egli si giocherà la propria capacità di tenere unito il partito, sempre più diviso tra un pragmatismo di basso profilo europeista e lo scetticismo, se non la fobia, ovviamente sempre in salsa euro qualcosa.

Per contenere le spinte centrifughe egli è costretto a procrastinare il giudizio, ben cosciente che i sudditi di sua maestà sono notoriamente sensibili ai richiami isolazionistici - memori di un impero ormai inesistente - sopratutto quando sono chiamati alle urne.

Cameron ha trovato una posizione mediana: se il Trattato non sarà ratificato da tutti i Paesi, quando diventerò Primo ministro, il mio governo indirà un referendum popolare, raccomandando di votare no al Trattato (1). I suoi compagni euroscettici vorrebbero un referendum in ogni caso, ma lui prende tempo, dando al presidente ceco la concreta possibilità di diventare il miglior alleato dei conservatori d'oltre Manica.

I britannici potrebbero denunciare il trattato, appellandosi al diritto di recesso. Contestualmente potrebbero ritirare gli strumenti di ratifica che hanno già depositato. Potrebbero, si certo, ma sarebbe una soluzione del tutto sconveniente, sopratutto per chi ambisce a dare slancio economico e stabilità sociale ad un paese che sta vivendo, con dignità, ma anche con molta apprensione, lo crisi economica internazionale. L'Europa non può essere un pretesto per fratture che sminuirebbero la credibilità internazionale della Gran Bretagna.

In via del tutto ipotetica potrebbero anche ritirare gli strumenti di ratifica senza alcuna denuncia del Trattato. Ma sembra proprio che il caso di specie, teoricamente possibile, non trovi, al momento, alcun precedente storico.

Molto più facile appellarsi a Vaclav Klaus. Il presidente ceco, in quanto a firme adeguatamente ragionate e tranquillamente ponderate, sembra essere proprio un gran campione. Gli sono voluti ben nove mesi per apporre la sua firma alla ratifica dello statuto della Corte penale internazionale. Fatti incresciosi avvenuti proprio in questi ultimi giorni.

Nove mesi. Un tempo utile per favorire la vittoria di Cameron. Poi una volta al potere, chi sa. Lo stesso Klaus potrebbe risolvere la pendenza con una firma repentina, con buona pace per gli euroscettici, gli eurofobici e a tutto vantaggio degli euroentusiasti. In fondo far saltare il banco spalancherebbe la via all'integrazione differenziata, togliendo capacità di interdizione alla Gran Bretagna ed ai suoi satelliti minori. Il vero ed unico obiettivo è garantirsi al meglio la vittoria nelle elezioni politiche, non altro.

Nessuno sa come andrà a finire la storia. E' comunque evidente che quando c'è da raccogliere il consenso popolare che conduce, dritto dritto, agli unici reali centri di potere che esistono in Europa, i governi nazionali, non c'è trattato o interesse comune che tenga. Si può tranquillamente soprassedere alle norme previste dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, con interpretazioni, come dire, fortemente estensive.

Unica nota positiva. Da tutto questo pasticcio sembra si vada sempre più imponendo una nuova coscienza collettiva: proseguire su questa strada sarebbe inutile e suicida. Il quadro geopolitico dei ventisette è incompatibile con nuovi propositi integrazionisti. Solo un nuovo slancio politico, tra chi dovrebbe assumersi le responsabilità storiche dell'Europa in relazione ai destini del mondo, potrà rilanciare il processo di integrazione e con esso la prospettiva stessa della fondazione della Federazione europea.

Tra l'altro, l'occasione buona per i paesi fondatori sembrerebbe anche profilarsi. Piuttosto che star li a menar il can per l'aia con peregrine proposte di un quasi seggio, per una quasi unione, dove c'è un quasi governo, con un quasi ministro degli esteri ed un quasi presidente, il tutto per non contare quasi nulla, Francia ed Italia potrebbero appoggiare la richiesta del seggio permanente per la Germania, a condizione che i membri europei del Consiglio di sicurezza agissero in nome e per conto di un nuovo comitato politico. Tale organismo dovrebbe avere competenze in materia di politica estera e di sicurezza. L'invito potrebbe essere esteso anche alla Gran Bretagna, che, ovviamente, declinerebbe.

Basterebbe un mini trattato di non più di una decina di articoli, ratificato senza indugio alcuno da Francia, Germania ed Italia. Il Patto federale sarebbe bello che servito. Ma per far queste cose, così banalmente rivoluzionare, occorrono degli uomini politici europei che ambiscano al rango di statisti, ma non sembra, al momento, di vederne punto. Inoltre, occorrerebbe un vasto movimento di opinione capeggiato da una classe intellettuale tanto illuminata quanto determinata. Purtroppo, anche di questo movimento, al momento, non se ne vede traccia.

(1) If the Lisbon Treaty is not yet in force at the time of the next general election, and a Conservative Government is elected, *we would put the Treaty to a referendum of the British people, recommending a 'no' vote.* If the British people rejected the Treaty, we would withdraw Britain's ratification of it. Dal sito internet del partito conservatore. http://www.conservatives.com/Policy/Where_we_stand/Europe.aspx

Campoleone, 5 ottobre 2009

giovedì 17 settembre 2009

Evviva Barroso!!!

di Nicola Forlani

La vicenda dell'elezione del presidente della Commissione europea, finalmente, si è conclusa. Non se ne poteva più! Alla gente comune, a quei cittadini europei le cui istanze si vorrebbero rappresentare, questa storia non interessava affatto, e probabilmente, ancor più oggi, stimola la fantasia dell'uomo comune in rappresentazioni di basso profilo culturale. Anche per gli addetti ai lavori la questione aveva ormai assunto i toni eccessivi e sgraziati di un arazzo Luigi XIII.

Da buoni due anni era chiaro a tutti che il portoghese era il miglior candidato per succedere a se stesso. Eppure c'è stato chi ha voluto alimentare una pseudo contrapposizione in nome di un'Europa bisognosa di un maggior afflato integrazionista; unico risultato tangibile: aver rafforzato il ruolo e l'nfluenza dello stesso Barroso. Dall'elezione egli ne è uscito come una sorta di gigante. Ha coalizzato euroscettici, conservatori e popolari. Il gruppo della sinistra si è spappolato al suo interno. Meglio di così, per lui, non sarebbe potuta andare.

Ma non basta! In termini più strettamente istituzionali il Consiglio ha umiliato le timide aspirazioni politiche del Parlamento. Si è chiarito, una volta e per tutte, che il ruolo del Presidente non può derogare in alcun modo alle funzioni di segretariato amministrativo che i capi di stato e di governo hanno assegnato alla Commissione. Assegnato, si badi bene, dai governi di destra, di centro e di sinistra. Quando c'è da chiarire dove risiede il potere, quello vero, non c'è corrente politica che tenga.

Chi ha voluto giocare all'Europa politica, a quell'Europa politica che non esiste, è uscito sconfitto. Non poteva essere altrimenti. I partiti europei non esistono, per il semplice fatto che non c'è nessun potere europeo da conquistare.

L'Europa è incapace di agire. Lo sarà con Barroro, che bontà sua speriamo possa presto dimenticare attacchi ingiustificati alla propria persona. L'Europa sarebbe, in ogni caso, rimasta incapace di agire, anche se alla testa della Commissione ci fosse stato Pippo, Pluto o Paperino. E' di tutta evidenza che non è una questione di nomi, ma di poteri effettivi che non esistono. Fortuna che ci sono almeno i federalisti che non mancano mai di ricordarlo.

L'Unione europea è, e rimane, un organismo di natura strettamente confederale, con buona pace dei costituzional gaudenti che sono ancora lì a sperare che il Trattato di Lisbona possa generare il mostro post statalista che come un informe blog elevi il metodo comunitario a rigeneratore dei destini del pianeta.

Campoleoene, 17 settembre 2009