martedì 9 marzo 2010

La paura e la speranza

di Nicola Forlani

E' finita in Europa l'età dell'oro”. E' finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la “cornucopia” del XXI secolo. Una fiaba
che pure ci era stata così bene raccontata. Il tempo che sta arrivando è un tempo di ferro.

Come si è già visto in tante altre rivoluzioni, quella della globalizzazione è stata preparata da illuminati, messa in atto da fanatici, da predicatori partiti con fede teologica alla ricerca del paradiso terrestre.

Il corso della storia non poteva essere fermato, ma qualcuno e qualcosa – vedremo chi e cosa – ne ha follemente voluto e causato l'accelerazione aprendo, come nel mito, il “vaso di pandora”. liberando e scatenando forze che ora sono difficili da controllare.”

Con queste riflessione si apre il libro di Giulio Tremonti “La paura e la speranza”, edito da Mondadori, nel marzo del 2008. Senza alcun velo di ipocrisia, e proprio partendo da alcune considerazioni sulla situazione di stallo del vecchio continente, l'autore compie un'analisi sferzante ed autorevole sulle cause della crisi, i passi falsi della politica, le spietate dinamiche della finanza internazionale.

Non manca di delineare anche la strada per vincere la paura e tornare alla speranza. Egli sostiene che il nuovo non può più nascere sul terreno dell'economia, ma, prima di tutto, su quello della morale e dei principi. Occorre un atto rifondativo della politica europea che faccia perno su sette parole d'ordine: valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità e federalismo.

Il pensiero dell'autore va diametralmente in opposizione al movimento del '68 e a tutti gli errori conseguenti di quella stagione politica. Egli invoca la creazione di una “fortezza Europa”, contro l'attacco dell'Asia e la tempesta della globalizzazione; qualcosa di più di un appello al protezionismo, qualcosa di meglio del conservatorismo.

La globalizzazione mostrerà il conto, il conto della crisi finanziaria, il conto del disastro ambientale, il conto delle tensioni geopolitiche per la lotta per la conservazione o per il dominio delle risorse naturali.

“Quando la storia compie una delle sue grandi svolte, quasi sempre ci troviamo di fronte l'imprevedibile, l'irrazionale, l'oscuro, il violento e non sempre il bene. Già altre volte il mondo è stato governato dai demoni”. Considerazioni spietate che individuano i principali responsabili della crisi finanziaria nell'ideologia mercatista (utopia madre della globalizzazione) e nella nuova tecno-finanza.

La macchina miracolosa della globalizzazione ha visto lavorare a braccetto i liberali drogati dal successo ottenuto nella lotta contro il comunismo insieme ai post-comunisti divenuti liberisti per salvarsi, i banchieri travestiti da statisti insieme agli speculatori-benefattori. Gli economisti erano sullo sfondo, a far da sacerdoti e falsi profeti del nuovo credo globale.

La soluzione non è nell'economia, né, tanto meno, nella tecnocrazia, ma nella politica e nel potere. Per Tremonti l'Europa della moneta unica e dell'allargamento ad est ha esaurito la propria spinta propulsiva. L'Unione europea uscita dal Trattato di Lisbona è esausta ed incapace di riformarsi.

Eppure, proprio all'Europa spetta ancora un compito rivoluzionario, improntato ad una politica opposta alla dittatura sfascista del relativismo.

L'Europa, sotto gli strali dell'euroburocrazia, ha progressivamente perso la sua identità. Molteplici le cause. Tremonti si sofferma in particolare su quelli di ordine sociale.

Tra queste spicca l'idea postmoderna della famiglia orizzontale, con gli strumenti contrattuali di base (pasc, unioni di fatto), che sublima l'idea del consumismo dei sentimenti. I matrimoni “pop” sono sempre più immersi nella profonda solitudine che si genera nell'effimero shopping giuridico a bassa intensità morale.

Inoltre il '68 ha comportato la scomparsa dell'autorità. I diritti hanno preso il posto dei doveri trasformando la società in una poltiglia di particolarismo. Sono andati distrutti, con furia iconoclasta, il valori del decoro, del rango e del merito.

L'iperanomia, quel fenomeno connesso alla moltiplicazione di norme disancorate dalle istituzioni e alla proliferazione di sanzioni minacciate, ma inapplicate, ha comportato una sempre maggiore sfiducia nell'ordine sociale. Troppe leggi, nessuna legge. Occorrerebbe invece imboccare un processo di demoltiplicazione normativa al fine di vincere la confusione, a tutto merito di un maggior rigore applicativo.

L'uomo nuovo si è liberato dei doveri sociali, smarrendo così la propria capacità di un esercizio di responsabilità (insieme morale, sociale e spirituale), in assenza della quale nessuna nuova visione politica è possibile.

Per Tremonti, cadute le grandi ideologie, solo il federalismo, forma politica di una nuova responsabilità, può sostituirsi al calante senso del dovere verso lo stato-nazione, sempre più in crisi.

Nel capitolo finale “quo vadis Europa” è evidenziato un severissimo giudizio sullo stato dell'Unione europea. La Commissione europea è in crisi. La sua ipertrofica composizione a ventisette gli impedisce di affrontare alcun serio dibattito, con conseguente crescita autoreferenziale dell'apparato burocratico. Effetto palese: la crescita del deficit democratico dell'istituzione quanto la sua impopolarità presso l'opinione pubblica.

La sindrome tecnocratica si estende anche al Consiglio. Con buona pace di chi ritiene che la democratizzazione dell'Unione possa essere favorita da un abbattimento delle materie in cui vige la decisione all'unanimità, nello schema a 27 la geometria delle minoranze di blocco (anche per effetto dei cicli elettorali nei singoli stati membri) è tale da vanificare ogni maggioranza. Di qui la permanente necessità di deliberare all'unanimità, anche in materie in cui vigerebbe la maggioranza.

Per Giulio Tremonti, una nuova fase del processo di integrazione non può che recuperare un approccio propriamente e pienamente politico. Occorre evitare di affrontare il tutto, tranne l'essenziale, rintracciabile in un effettivo aspetto di potere. I vecchi mezzi tecnocratici e metapolitici dell'era gloriosa dell'integrazione economica si sono sublimati ed ossificati nel trattato di Lisbona.

Non si tratta, come fatto nel passato, di dare qualcosa in più all'Europa, ma di fare dell'Europa qualcosa di diverso attraverso il riconoscimento pieno dell'iniziativa legislativa al Parlamento europeo. A giudizio dell'autore è proprio questo l'aspetto di struttura che potrebbe rivoluzionare l'assetto dell'Unione europea.

La nuova politica economica di interesse europeo dovrebbe orientarsi su dodici direttrici principali:

1)Trattato di unione commerciale tra Europa e USA basato su comuni principi doganali e di proprietà intellettuale.

2)Proposta per una nuova Bretton Woods estesa ai campi valutari,alla tutela dell'ambiente, clausole sociale e controllo dei mercati finanziari

3)in alternativa, applicazione effettiva delle clausole sociali ed ambientali contenute nel WTO.

4)se non bastasse, l'Europa potrebbe, in analogia alle prescrizione delle leggi USA di attuazione degli accordi GATT/WTO, prospettare la sua uscita unilaterale se l'applicazione di queste regole arrecasse un serio pregiudizio e comportasse restrizioni per l'operatività delle imprese europee.

5)Spostamento dell'asse del prelievo fiscale, dalle persone alle cose.

6)Moratoria legislativa in materia di imprese e lavoro per favorire un contenimento dei costi e un rilancio della competitività, con riduzione delle regolamentazione europea e nazionale.

7)Attrazione di capitali esterni. Tassazione zero (o di assoluto favore) per i nuovi investimenti esteri che operano in settori industriali strategici per lo sviluppo. Contestualmente va bloccata l'attività dei “fondi sovrani” in Europa.

8)Emissione di Euro-bond. Ai limiti imposti sulle politiche di bilancio nazionali dal trattato di unione monetaria deve corrispondere un piano europeo di investimenti pubblici e privati in settori strategici per lo sviluppo.

9)Una politica industriale europea. L'Europa deve fermare l'uso indiscriminato ed autolesionista dei suoi strumenti anti-aiuti di stato.

10)Una politica europea per la famiglia con l'esclusione dal 3% del patto europeo di crescita e stabilità di tutte le spese, sussidi, regimi fiscali speciali e detassazioni a favore della famiglia.

11)Un piano europeo per lo sviluppo del nucleare.

12)L'introduzione della detax (DT) per dare speranza all'Africa. Attraverso la vendita di beni e servizi si può liberamente aderire ad iniziative etiche, private o pubbliche, speciali o generali, nazionali o internazionali.

Questo, in buona sintesi, il pensiero di Giulio Tremonti. Insufficiente nell'analisi e nella proposta? Forse. Per tanti versi è anche ovvio che sia così. Eppure, sotto i nostri occhi, rimane un fatto incontrovertibile: egli esprime un pensiero ardito quanto di più non è dato vedere nel panorama politico ed intellettuale italiano. I federalisti europei non possono certo sottrarsi al confronto.

Campoleoene, 8 marzo 2010

lunedì 8 febbraio 2010

Lettera aperta al segretario del MFE

di Nicola Forlani

Caro Giorgio,
in relazione agli orientamenti assunti in occasione dell'ultima direzione nazionale e in vista dell'incontro di Segreteria previsto per il prossimo sabato, desidero sottoporti alcune osservazioni.

Faccio circolare la missiva sul forum del Comitato centrale, convinto che siano considerazioni di interesse generale. Anche il testo, seppur scritto in forma epistolare, ha contenuto assolutamente pubblico.

Una prima questione è di carattere procedurale. E' ovvio che ogni occasione di incontro sia la benvenuta, ma il reiterarsi della delega di funzioni di indirizzo e di mediazione politica non più agli organi a tal scopo delegati (direzione e comitato centrale) ma ad assemblee informali a cui non si può che riconoscere una pura e semplice funzione consultiva, può trasformare l'occasionalità in
consuetudine, sottolineando, così, l'intrinseca difficoltà di governo della nostra organizzazione.

Inoltre, i militanti come il sottoscritto, che non gravitano nell'area limitrofa alla sede dell'incontro (regioni confinanti con la Lombardia) hanno oggettive difficoltà a raggiungere più volte, a poche settimane di distanza, Milano. Se avessi saputo in anticipo che la direzione si sarebbe conclusa con un rimando alla riunione di segreteria, avrei probabilmente optato per la seconda occasione, visto che la prima è stata sostanzialmente una riunione di dibattito politico; un dibattito, a mio avviso oltremodo maturo, per assumere le opportune decisioni operative.

Ed ancora. Le giuste esigenze di gestione collegiale non possono trasformarsi in assemblearismo permanente. Se imboccassimo questa strada, potremmo scivolare inesorabilmente verso l'ingovernabilità del MFE. La democrazia interna, oltre che sulla giusta partecipazione di tutti, deve trovare momenti di sintesi e di delega politica ben definiti. Il permanente assemblearismo conduceì al caos e non certo ad una migliore e più alta forma di partecipazione politica.

L'esempio principe di questa responsabile delega è il congresso. Da poco abbiamo concluso quello di Catania e stiamo già a ricercare una nuova formulazione strategica alla nostra campagna d'azione. Delle due l'una: o non siamo in grado di rispettare le indicazioni congressuali o in tale sede non abbiamo affrontato i nodi cruciali che ora ci ritroviamo, puntualmente, a dovere fronteggiare.

Capire cosa è successo in terra siciliana non serve a formulare giudizi sul recente passato, ma solo ad individuare le mete che abbiamo ancora di fronte, e come raggiungerle. Parlare di ciò che è stato non è da interpretare come una postuma resa dei conti, ma un rinnovato impegno per il futuro. Con questo spirito caro Giorgio, ti prego di volere accogliere le mie considerazioni.

La riunione del Comitato federale Uef, che ricordiamo, si interpone alla riunione del Comitato centrale, è un ultimo elemento di riflessione procedurale che certo non può essere sottovalutato. La direzione non ha assunto orientamenti sulla strategia. Una riunione informale di segreteria allargata potrebbe mai definire ciò che l'organo politico non è stato in grado di assumere? Le decisioni assunte dall'Uef saranno poi lì a condizionare, come giusto che sia, le deliberazioni del nostro
Comitato centrale.

Insomma, per farla breve, c'è la concreta possibilità che senza nessun passaggio politico in Italia, ci troveremo a che fare con una nuova Campagna su cui il MFE non ha mai deliberato una precisa e puntuale mozione di indirizzo. Tradizionalmente, da quanto ricordo, erano i dirigenti italiani che tentavano di condizionare ed orientare le scelte Uef, utilizzando la leva di un MFE compatto e determinato. Ora potrebbe accadere giusto il contrario.

Come ricorderai tanti di noi, già prima di Catania, avevano avanzato specifiche proposte in merito ad un nuovo modello di governo che, in assenza di un leader indiscusso (come si è determinato durante la gestione Albertini) desse forma e sostanza al concetto di leadership collettiva.

Un'ipotesi percorribile, anche se non certo l'unica, era, ed è tutt'ora, quella di ricondurre al presidente un ruolo di indirizzo e di gestione degli organi tra un congresso e l'altro, attribuendogli così un ruolo super partes. In tale prospettiva, il presidente stesso, insieme a due o tre copresidenti, poteva andare a costituire una sorta di consolato di governo. A loro poteva essere affidata la funzione di garanti e di primi interpreti della leadership collettiva. Il presidente sarebbe così
diventato un primus inter pares che, per meglio svolgere le sue funzioni, poteva essere ricercato all'interno di una generazione e con un profilo personale non più coincidente tra quello dei copresidenti.

A Catania si è scelto una più tradizionale e legittima soluzione, affidando gli elementi di novità alla costituzione degli uffici. Come si è dimostrato in questi mesi, gli uffici possono avere una pura funzione di delega organizzativa, non potendo essere il luogo di indirizzo o di mediazione politica; funzione che non può che rimanere riconosciuta agli organi propriamente politici dell'organizzazione. Ergo, siamo al punto di partenza, ed i problemi sono ancora lì, di fronte a noi,
che attendono nuove e più coraggiose soluzioni.

Un secondo aspetto delle mie riflessioni è dedicato alle scelte di carattere strategico che dobbiamo assumere in occasione del prossimo comitato centrale. Alcune condizioni politiche legate alle dinamiche del processo di integrazione (ad iniziare dall'entrata in vigore del Trattato di Lisbona e alla designazione delle nuove figure di istituzionali dell'Unione) sono ormai maturate. Prendere ulteriore tempo, senza sfruttare l'occasione del prossimo comitato centrale, per lanciare una nuova
campagna d'azione MFE, non darebbe certo merito alla nostra tradizione militante.

Sempre richiamandomi a quanto avvenuto a Catania, occorre ricordare che anche la mozione sul rilancio del ruolo dell'Ufficio del dibatto, a firma Jozzo, Spoltore, Roncarà ha si segnato la fine di una contrapposizione interna che perdurava ormai da anni ed il ritorno di un'attiva partecipazione di tutti i militanti lombardi, ai massimi livelli, negli organi politici del MFE, ma ha sostanzialmente lasciato irrisolto la questione del che fare, e con chi.

Mi spiego meglio. La linea del doppio binario, emersa al congresso Uef di Parigi, e più volte richiamata nella deliberazioni di Catania poteva e può ancora essere declinata in due diversi modi: 1) una doppia azione con una doppia conduzione strategica, una ufficiale del MFE ed una promossa e sostenuta dal Comitato per lo Stato federale, che convivono sotto il cappello del doppio binario; 2) un'unica conduzione organizzativa del MFE in quanto tale, declinata in obbiettivi strategici ed azioni politiche.

La scelta tra l'opzione uno e la due è un problema che, da Catania ad oggi, attende ancora soluzione. L'aver rimandato la scelta che potevano essere assunte in occasione dell'ultima direzione e l'individuazione del nuovo momento di incontro informale nella segreteria allargata, sono lì a testimoniare il fatto che tra l'opzione uno e la due ancora non si sabbia bene quale strada imboccare.

La premessa di approccio attiene certo alle responsabilità di tutti noi, ma in particolare alle indicazioni che vorranno da un lato fornirci gli amici lombardi e dall'altro il presidente ed il segretario del MFE. Faccio solo presente che nel caso della scelta della doppia azione intesa come strategia bicefala (in ciò si sostanzierebbe la mozione sull'Ufficio del dibattito), potrebbe dare la stura ad una stagione militante fai da te.

Perché mai altri gruppi di militanti o centri regionali (oltre ai lombardi che hanno dato all'epoca inizio alle attività del Comitato per lo Stato federale) non potrebbero, a questo punto del tutto legittimante, individuare o una terza azione (il doppio binario potrebbe diventare triplo e chi più ne metta) o scegliere, invece, su quale dei due originari binari andare a collocare il proprio vagone
militante.

Si consideri, inoltre, che nella seconda ipotesi si potrebbe determinare l'originalissima condizione per la quale l'azione promossa dal MFE sia sostanzialmente sostenuta da una minoranza (nella migliore delle ipotesi dalla metà dei militanti) mentre quella promossa dal Comitato(organo altrettanto legittimo, ma pur sempre a conduzione esterna al movimento stesso) raccolga la maggioranza dei consensi, non in sede congressuale, ma sul piano del che fare. Non mi trattengo
sull'incresciosa situazione, di certo non edificante, in cui andremmo a porre la componente giovanile del MFE.

Io sono convinto della bontà della prima scelta. Anche a Milano ho cercato, seppur nella brevità del mio intervento, di sostenerla. Prima del congresso di Catania un'unica campagna d'azione declinata in aspetti strategici ed opportunità politiche poteva apparire una sorta di forzatura delle volontà.

Come sai, caro Giorgio, io ed altri ci siamo spesi, nei mesi precedenti il congresso, perché si potesse già da allora raggiungere l'obiettivo massimo. Sono convito che l'iniziativa della lettera aperta abbiamo smosso tanto le coscienze che condizionato, positivamente, le volontà.

Orbene, al momento, possiamo dar per scontato il giudizio che, probabilmente, in sede di congresso i tempi non fossero ancora maturi per la definizione di una campagna d'azione unitaria. A sostenere questa ipotesi ci sono tanto condizioni politiche che attengono al quadro di riferimento storico del processo (Lisbona o meno, non era comunque una condizione da poco, così come il costante declino dell'asse atlantico a favore di quello pacifico nei destini del mondo) che questioni tutte nostre, interne all'organizzazione, di carattere più spiccatamente umano.

La durissima contrapposizione degli ultimi anni ha lasciato molte ruggini che non è stato certo facile rimuovere. E' possibile che ancora ne sopravvivano alcune, ma tanto il clima di assoluta cordialità degli ultimi mesi, quanto la prospettiva dell'impegno comune possano definitivamente segnare l'effettiva svolta nella vita del MFE.

A sostengo della proposta di una nuova campagna d'azione strutturata su obiettivi strategici e azioni politiche incidono più elementi, tanto di natura politica che organizzativi. Proverò ad elencarne alcuni nella maniera più sintetica possibile.
Tanto la conclusione della vicenda della ratifica del trattato di Lisbona, che la sanzione, ormai pubblica, delle progressiva marginalizzazione, dell'Ue e dei suoi stati membri dal novero delle potenze che determineranno modalità, obiettivi e risultati delle relazioni internazionali mette in evidenza due elementi di cui dobbiamo pur tener conto.

Da un lato il processo di Lisbona ha reso evidente come il metodo comunitario – che ha segnato i successi dei sessanta anni di integrazione europea – abbia esaurito la sua spinta propulsiva. Dimensioni, competenze e istituzioni non sono più gli elementi caratterizzanti la possibile progressiva federalizzazione dell'Unione.

Anzi, ormai si sono evidenziati interessi e protagonisti che potrebbero innescare un processo di arretramento, qualora si mettesse di nuovo mano ad una riforma dei trattati. E' convinzione pressoché unanime che per i prossimi quindici anni non si
toccherà più l'assetto, ormai barocco, dell'architettura comunitaria.

D'altro canto, ogni evoluzione politica dell'Europa che prescindesse dall'introduzione di reali elementi fondativi del potere statuale (quindi federale) non farebbe che far vacillare ulteriormente il consenso stesso sul processo di integrazione, già mortificato dagli ultimi avvenimenti. Anche auspicabili iniziative nel settore delle cooperazioni rafforzate o di quelle strutturate nel settore della
difesa, sarebbero destinate al fallimento proprio perché ingabbiate nella dimensione
intergovernativa, dove un nucleo di avanguardia non potrebbe che assumere le funzione di un direttorio politico.

L'elemento di potere (cioè della effettiva capacità di condizionare le scelte altrui) nella prospettiva di una statualità federale cosciente, dichiarata e condivisa, dovrebbe essere l'elemento strategico su cui poggiare parte del nostro sforzo d'azione militante. Al punto in cui è arrivato il processo di integrazione o c'è questo salto effettivo o ogni ipotesi progressiva parziale si tramuterebbe in
sconfitta degli obiettivi e frustrazione delle volontà.

All'elemento strategico, inteso come fatto storico/culturale e non tanto come acquisizione giuridico formale (non siamo certo noi a dover mettere le brache al futuro) e che potrebbe dover essere sostenuto per anni ed anni (di qui la capacità di tenere sul campo forze profondamente militanti che non si lascerebbero condizionare al mancato raggiungimento dell'obiettivo strategico in tempi brevi)
potrebbe essere affiancato una serie di azioni a carattere più propriamente politico che andrebbero ad agire nella realtà contingente, qualunque sia il quadro di riferimento; anche a trattati costanti come applicazione possibile di politiche dell'Unione.

Due credo, siano gli elementi a carattere politico su cui potremmo concentrare il nostro interesse: 1) iniziative nel settore della cooperazione strutturata in materia di difesa; 2) l'emissione di titoli di debito pubblico europei a sostengo di politiche economiche (infrastrutture, ricerca, alta formazione) espansive a livello sovranazionale. Sul terreno politico potremmo, se del caso, utilizzare tanto il
parlamento europeo, all'interno del quale potrebbero nascere agguerrite minoranze federaliste, che prevedere l'attivazione della procedura di “iniziativa dei cittadini europei” (art. 11 par 4, TUE).

L'obiettivo strategico potrebbe assumere la forma di un appello da utilizzare nell'ambito delle attività più prioritariamente culturali dell'organizzazione. Essere, prioritariamente ma non esclusivamente, l'elemento di confronto con le elitè politiche e sociali. In tale ambito andrebbe visto con grande favore anche la nascita di un Comitato d'azione che riprenda l'iniziativa a suo tempo lanciata da Jean Monnet.

Le azioni politiche potrebbero invece assumere la forma di petizioni ad hoc che si inseriscano più nel contingente della vita politica nazionale ed europea. Queste ultime potrebbero essere l'elemento di confronto con i cittadini e con l'opinione pubblica in generale, rispondendo alla diffusa esigenza dei militanti del nostro Movimento che chiedono un più diretto e verificabile riscontro del proprio impegno militante.

Elemento strategico ed obiettivi politici si sosterrebbero e si alimenterebbero, rafforzandosi nel tempo, l'uno con l'altro. Nessuna proposta politica, anche limitata, insufficiente e parziale avrebbe senso alcuno senza il riferimento all'obiettivo strategico (obiettivo del potere statuale). Così come l'appello strategico per la fondazione di un'effettiva statualità federale non rischierebbe di rimanere nel limbo dei pii ed illuminati desiderata di una classe intellettuale in assenza di una concreta leva politica (le due petizioni) che consentano l'emergere della contraddizione.

Di tali considerazioni non ho l'ardire di attribuirmene alcuna paternità, al massimo una certa qual comprensione degli assunti logici. Sono tesi tipicamente albertiniane di cui sono rintracciabili, a parziale, e non certo esaustivo conforto, alcuni spunti nella lettera di Albertini stesso a Giampiero Orsello del 3 ottobre 1971 (pag. 94 del VI volume di “Tutti gli scritti”). D'altro canto, è pur vero che
ogni svolta ha spesso in se numerosi elementi di ritorno alle origini. Perché negarlo.

Caro Giorgio, vedo di essermi dilungato oltre quanto la pazienza e l'attenzione tua e degli altri amici federalisti possano consentire. Spero vivamente che si stia aprendo una nuova stagione politica del MFE. In tal caso, il tuo impegno e le tue responsabilità saranno determinanti come non mai in passato. Un caro saluto e a presto.

Campoleone, 30 gennaio 2010

lunedì 14 dicembre 2009

"Siate santi perché io sono santo" (Esodo 11, 45)

di Nicola Forlani

Robert Schuman è uno dei padri dell'Europa. Formatosi in una doppia cultura, quella francese e quella tedesca, egli sperimentò nella sua vita i drammi dell’ostilità franco-tedesca. Il prossimo anno ricorreranno i sessanta anni della dichiarazione che porta il suo nome.

Con la sua iniziativa ha avuto inizio un percorso alla fine del quale, almeno per i fondatori, era dichiarato anche l'obiettivo finale dell'unione politica dell'Europa. Schuman era mosso da un profondo afflato religioso, non solo nella sua vita privata, ma anche e soprattutto nel suo impegno politico che esercitò come vero e proprio apostolato. Egli applicava nella vita pubblica gli stessi principi della sua pratica religiosa privata.

Non è quindi un caso se il 29 maggio 2004, vigilia della Pentecoste, monsignor Pierre Raffin, vescovo di Metz, ha chiuso ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione di Robert Schuman. Il Vaticano non ha detto ancora un si definitivo: la questione ha evidenti risvolti politici.

Il reverendo Ian Paisley, ex parlamentare europeo, tanto anticomunitario quanto ferocemente antipapista, è stato tra i più strenui oppositori della causa che porterebbe, dritto dritto, alla santificazione di Schuman. Per molti sarebbe decisamente troppo qualora il sigillo di santità, espressione dell'autorità papale, si erigesse sulla cima più alta della costruzione europea.

Del pensiero cristiano impegnato in politica, Schuman scriveva: "La democrazia deve la sua origine e il suo sviluppo al cristianesimo. È nata quando l’uomo è stato chiamato a realizzare la dignità della persona nella libertà individuale, il rispetto dei diritti degli altri e l’amore verso il prossimo. Prima dell’annuncio cristiano tali principi non erano stati formulati, né erano mai divenuti la base spirituale di un sistema di autorità. È stato per primo il cristianesimo che ha dato valore all’uguaglianza di tutti gli uomini senza differenza di classi e razze ed ha trasmesso la morale del lavoro - “ora et labora” di San Benedetto - con il dovere di compierlo come servizio all’opera della creazione divina”.

La società a misura d’uomo è una società costruita secondo un progetto di “umanesimo integrale” (come sostenuto da Maritain), cioè un umanesimo non materialista, bensì aperto a Dio e alla trascendenza. Le società senza Dio, ricordava Schuman, sono state società contro l’uomo: non solo prima dell’avvento del cristianesimo, ma anche nell’epoca moderna con i totalitarismi atei. Il compito dei cristiani, di fronte alla politica, non si limita a predicare l’onestà, ma è diretto a far sì che siano difesi i valori dell’uomo. Schuman era cosciente che anche le democrazie possono produrre leggi ingiuste.

Sarà solo un caso se anche gli altri padri dell'Europa fossero tutti mossi da un forte afflato religioso? Nel 1951, prima di iniziare i delicati negoziati che avrebbero portato all'adozione del Trattato di Parigi, Adenauer, De Gasperi e Schuman si incontrarono in un monastero benedettino sul Reno per meditare e pregare. Nella loro visione l'Europa stessa si trasfigurava in un simbolo del Cristo che si è fatto uomo. Una dimensione di fede che, attraverso la rivelazione, diventava un essere nella storia.

Negare lo stretto rapporto tra processo di integrazione europea e radici cristiane e come sostenere che non vi sia rapporto alcuno tra la maionese e le uova. Nel suo intervento al Parlamento europeo il 17 settembre del 1997, il Cardinal Carlo Maria Martini disse: "Quella che siamo invitati a costruire è un’Europa dello spirito, riscoprendo e riproponendo per l’oggi i valori che l’hanno modellata lungo tutta la sua storia.. Tutti i valori che si sono affermati grazie al contributi di molteplici radici culturali – dallo spirito della Grecia alla romanità; dagli apporti venuti dai popoli latini, celti, germanici, slavi e ugro-finnici, alla cultura ebraica e agli influssi islamici – hanno trovato proprio nella tradizione giudeo-cristiana una forza capace di inverarli e di promuoverli. Oggi è necessario e urgente ritornare a essi e viverli in modo rinnovato nel presente”.

Con la sentenza CEDU sulla rimozione dei Crocifissi, esempio emblematico di quali forme possa assumere la stupidità umana, si è voluta accreditare l'idea che l'Europa sia stata edificata, da un manipolo di illuministi radicali, per difendere i valori dello stato laico. Da qualche settimana gli ermellini continentali non sono più soli. La paura dei cittadini svizzeri, che non vogliono veder erigere minareti nelle vallate alpine, è lì a fargli degna compagnia.

Il vuoto dei simboli assume sempre di più la forma del vuoto dei valori. Una società senza Dio, che negasse la dimensione della trascendenza sarebbe il modello ideale dell'impalpabile stato laico europeo? Una nuova società contro l'uomo, come sosteneva Schuman?

I simboli religiosi parlano alle coscienze. Avere a che fare con la propria (di coscienza) è uno dei segni tangibili della libertà. Quest'ultima è la più difficile da esercitare per l'uomo, essere presupponente e ricolmo di pregiudizi. Ancor più ardito vivere questa libertà con gli altri, nella dimensione sociale e politica. E' facile rifugiarsi nell'individualismo materialista, sino al punto di trasformare l'estremismo laicista in una bandiera ideologica dove nascondere il lato peggiore del nostro animo. Ma occorre comprendere e mai giudicare.

Qui a Roma, uno dei luoghi pubblici per eccellenza, simbolo della laicità dello stato, è il Tribunale per i Minori. Ha sede sul lungo Tevere, in un edificio un tempo adibito a convento. L'Aula Magna è posta nella cappella. Le sedute di svolgono sotto gli affreschi votivi.

Come in tutti i conventi, anche al centro dell'edificio che ospita il Tribunale vi è è un piccolo chiostro. Al centro, sopra una fontanella, c'è una Madonnina. Chi potrebbe mai essere così stupido da richiederne la rimozione in nome del diritto europeo? Chi è lo stolto che, senza peccato, senza Dio, senza tensione verso il trascendente, sarebbe pronto a demolire quelle poche e povere pietre?

Campoleone, 12 dicembre 2009

giovedì 26 novembre 2009

Pensiero positivo*

di Nicola Forlani

Secondo James Hansen della NASA, solo riducendo immediatamente l'uso dei combustibili fossili potremo salvare la Terra da qui a 20 anni. In caso contrario, si prevede un aumento del livello dei mari di 7 metri entro fine secolo.

Dal 7 al 18 dicembre prossimo si svolgerà s Copenhagen il summit Onu sul clima. Il Parlamento europeo si è espresso a favore di un accordo politico che possa rimediare, per quanto possibile, all'editto di Singapore, con cui Obama e Hu Jintao hanno annunciato che non vi sarà nessun accordo vincolante, tanto meno un trattato, sui tagli alle emissioni di CO2.

Il Parlamentari europei hanno sottolineato la disponibilità unilaterale dell'Unione a ridurre del 20% le emissioni entro il 2020 e del 30% se altri paesi vorranno aderire agli accordi.

E' ben probabile che a Copenhagen si raccoglierà molto poco, tante parole ma pochi impegni. Usa e Cina hanno deciso per tutti, mettendo ai margini della scena internazionale i 27 paesi del vecchio continente, divisi ed impotenti. Sarà arrivata l'ora di uno scatto di orgoglio federalista per l'Europa?

Un pensiero positivo. Fondare il potere europeo non è solo un'illuminata aspirazione, ma l'unica strada per salvare il futuro del pianeta.

Campoleone, 26 novembre 2009

* editoriale in voce per il programma radiofonico "Cosa decide il Parlamento europeo?". Una produzione Mediatelecom per conto dell'Ufficio per l'Italia del Pe. Progetto editoriale a cura di Nicola Forlani e Peppe Iannicelli.

Per le trasmissioni già andate in onda: http://www.europarl.it/view/it/trasmissioni/decidePE.html

venerdì 20 novembre 2009

Incontri per il federalismo militante, Cagliari

Sabato 5 Dicembre
SEZIONE DI CAGLIARI E CENTRO REGIONALE TOSCANO DEL MFE
INCONTRI PER IL FEDERALISMO MILITANTE PARTE 1
“La necessità di fondare la Federazione europea in un Mondo sempre più in difficoltà”

::: 10 - 13,30 “Dall’Atlantico al Pacifico: i nuovi equilibri del Mondo e l’Europa”
Parteciperanno ai lavori il Dott. Graziano Milia e l'On. Giampaolo Diana
Presiede Maria Teresa Di Bella Ruta
- Interventi introduttivi
Sante Granelli
Alfonso Iozzo
Giuseppe Usai
Simone Vannuccini

::: 13,45 Pranzo a buffet

::: 16,00 - 19,30 “Le nuove e le vecchie forme del progetto di unificazione europea. Il soggetto federale”
Presiede Valentina Usai
- Interventi introduttivi
Michele Ballerin
Bernard Barthalay
Rodolfo Gargano
Francesco Pigozzo
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● Domenica 6 Dicembre
SEZIONE DI CAGLIARI E CENTRO REGIONALE TOSCANO DEL MFE
INCONTRI PER IL FEDERALISMO MILITANTE PARTE 2
“La necessità di fondare la Federazione europea in un Mondo sempre più in difficoltà”

::: 9,30 – 13,00 “Il ruolo dei federalisti in questa nuova fase del processo d’integrazione europea”
Presiede Stefano Castagnoli
- Interventi introduttivi:
Ugo Ferruta
Nicola Forlani
Gino Majocchi

martedì 17 novembre 2009

Effetti global prodigiosi

ovvero dell'assenza del potere europeo

di Nicola Forlani

La conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici è in programma dal 7 al 18 dicembre a Copenaghen. Eppure il suo epilogo è già stato scritto. E' ormai certo un sostanziale fallimento delle
più generose aspettative createsi dopo una lunga e logorroica viglia.

La strategia europea può anche andare a farsi benedire, così come l'ottimismo che ha animato i tanti euro fiduciosi che hanno speso tempo ed energie a disquisire sui mirabolanti risultati che avremmo dovuto attenderci dal summit danese.

La vicenda ha del prodigioso. L'epilogo anticipato è stato scritto al vertice APEC, l'organizzazione per la cooperazione economica dei paesi dell'Asia-Pacifico. Obama e Hu Jintao hanno deciso che non ci sarà nessun accordo globale sui cambiamenti climatici, buco dell'ozono in testa.

Tutto rimandato sullo Strøget. Previste solo esposizione di intenti, folta partecipazione di “Grandi” e foto di gruppo finale, con Sirenetta annessa. Come all'inutile vertice FAO in corso a Roma, e prima nel G8 e G 21, passando per G4 e timori di G2, le dichiarazioni di impegno di stanziamenti economici si sprecheranno.

Poi, guarda caso, questi impegni non risultano nel testo delle dichiarazioni finali, e solo una piccola parte di quanto promesso verrà impegnato dai “Grandi” del mondo. A proposito, ma grandi in cosa? Di sicuro nelle bugie che sanno così ben dissimulare. Le possibili altre ipotesi interpretative del “Grande” potrebbero accavallarsi, una sulle altre, in un crescendo parossistico; un percorso di analisi che sarà però bene non approfondire ulteriormente.

Il nuovo corso dell'amministrazione americana inizia a perdere pezzi. Il primo presidente di colore degli Stati Uniti, quello che ha più volte dichiarato la discontinuità rispetto alle politiche energetiche, e quindi militari, degli Usa dopo l'era Bush, rimane schiacciato sotto le più ovvie, per certi versi anche banalmente evidenti, esigenze di potere. Per parlare di libertà ai giovani cinesi si è persino prestato ad un messa in scena con un piccolo gruppo di improbabili e compiacenti astanti. Tutto oscurato in Cina, giusto per far bella figura nei nostri telegiornali.

La svolta ambientalista che il Presidente ha tentato di imprimere nel proprio Paese è ferma al Senato, e sembra che lo rimarrà ancora per un bel pezzo. Al momento non è individuabile nessun accordo con il principale competitor (non di certo alleato o amico, ma solo riconosciuto antagonista) su scala globale, la Cina.

Senza tralasciare il fatto che Obama ha già un Nobel per la pace in tasca. Chi sa, un repentino aggravarsi di uno dei tanti focolai di crisi internazionale potrebbe costringerlo a dover dar piglio alla violenza. A quel punto dei suoi proclami sulla nuova strategia internazionale, volta ad un più prudente multilateralismo, potrebbe costringerlo a svelare quella che è la reale, e tradizionale, posizione degli americani in tema di politica estera: fare, eventualmente, con gli altri, quello che si è disposti a fare, in ogni caso, da soli.

Il presidente nero, con l'editto di Singapore, si è giocato già metà della propria credibilità. Perdesse anche l'altra metà, dovrebbe chiedersi “ Posso ancora ritirare il Nobel?” Sarebbe un problema di coscienza.

Ma il terremoto del Pacifico ha prodotto anche un altro devastante effetto, meno prodigioso del primo. Un'onda anomala ha iniziato ad investire i Paesi del vecchio continente. Per la prima volta, un vertice America Asia mette ai margini della scena internazionale l'Europa, la Germania, la Francia.

Per induzione, l'Unione europea tutta, non solo è battuta sul piano delle proposte, ma non è proprio entrata nemmeno in campo. La squadra del soft power è rimasta chiusa negli spogliatoi. La partita di Copenaghen si annuncia come un'amichevole di prestigio, dove dare un palcoscenico a vecchie glorie che non hanno più alcun titolo per partecipare ai campionati del mondo.

I federalisti lo sostengono da tempo: senza la fondazione di un reale livello di potere europeo (e l'unico livello riconoscibile ed efficace è solo quello statuale) l'Europa tutta è destinata ad una progressiva marginalizzazione. Nel migliore dei casi diventeremo una grande Svizzera, opulenta, dedita alla speculazione finanziaria e ottima destinazione turistica per yankee sempre più obesi e occhi a mandorla bionici.

Il secondo aspetto dell'assunto, la marginalizzazione, è stato recentemente ricordato anche da Massimo D'Alema in occasione di un incontro presso la Rappresentanza della Commissione a Roma. Peccato che l'Alto rappresentante (in pectore) per la politica estera e la sicurezza comune abbia evidenziato il male ma non la cura.

Chi sa. Sotto il peso di sberle, come quella di Singapore - che non potranno che moltiplicarsi nel futuro – i leader del vecchio continente potrebbero rendersi conto che è giunta l'ora di un soprassalto di orgoglio federalista.

Il tempo lavora contro il buon senso e la ragione. Speriamo che quando i “Grandi” dovessero mai avvedersi di essere diventati “piccoli piccoli”, saremo ancora in tempo per poter quanto meno partecipare a qualche scambio di opinione al momento del caffè, oltre a rito della foto. Quando? Ma ovvio! Alla conclusione dei prossimi vertici indopacifici.

Campoleone, 17 novembre 2009

lunedì 9 novembre 2009

Povero Cristo, povera Europa

La sentenza Cedu quale rappresentazione di quell'Europa di cui nessuno sente il bisogno
di Nicola Forlani

La sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo contro il Crocifisso in aula (dicitura pubblicata sul sito del Consiglio d'Europa), sta sostenendo la nascita, nel nostro Paese, di un nuovo e ben più radicato movimento anti europeo.

Gli antipapalini rilanciano. Vanno bel oltre la questione strettamente giuridica, che riguarda esclusivamente un caso di specie, sostenendo la piena legittimità della rimozione dei Crocifissi dalle scuole, quale segno evidente della primazia dei valori dello Stato laico. Per inciso, nella scuole italiane, è già molto raro trovare aule con Crocifissi esposti; raro quanto trovare una struttura efficiente, personale docente motivato, ed alunni coinvolti e partecipi.

Possiamo annoverare molte condizioni di contesto che non fanno che esasperare la questione. L'ideologismo anticristiano, da espressione elitaria di movimenti radicali, sta assumendo sempre più i connotati di un ampio fenomeno di massa. La battaglia intrapresa da Papa Benedetto XVI contro le tendenze interpretative relativistiche sta ponendo la Chiesa cattolica in un'oggettiva posizione sociale minoritaria. Il laicismo, da espressione di una pragmatica modernità post illuministica, viene sempre più percepito come avversario degli elementi di religiosità della realtà contingente.

Altre opportune considerazioni potrebbero aggiungersi, senza però cambiare la principale caratteristica di ciò che sta avvenendo: il Crocifisso potrebbe diventare la bandiera di un'identità localistica, di un risorgente nazionalismo, di una pura e semplice lotta religiosa. E' già successo nel passato, con la compiacenza del potere temporale della Chiesa. Potrebbe ridiventarlo nel futuro?

Il Crocifisso è solo un oggetto che rappresenta una via di salvezza dalle umane angosce, attraverso la passione e la resurrezione; questo è quanto ci insegna il catechismo. Non solo un puntale dogma di fede del Dio che si è fatto uomo, ma un elemento rappresentativo, quindi eminentemente culturale, di essere nella storia. Se per un cristiano esso è un segno di identità, per i laici è un segno perenne della volontà di riscatto.

Potrebbe essere interessante provare ad analizzarne le dinamiche odierne in relazione al processo di integrazione europea. Prima di inoltrarci su questa strada, proviamo a fare un salto indietro di quasi un quarantennio. Intorno ai dieci anni, quando iniziavo a pormi le prime, elementari, domande sulle finalità dell'esistenza umana, vivevo, in pratica, in una scuola media. Da casa mia aprivo una porta ed entravo in un altro mondo, in un altra dimensione; la mattina di studio, il pomeriggio di giochi. Qui ritrovavo mio nonno, il signor Preside, una sorta di liberale giolittiano che apprezzava, e sosteneva, il moderatismo democristiano.

Tutto l'edificio era ricolmo di Crocifissi. D'estate, quando si svolgevano i lavori di manutenzione, quel ragazzino di dieci anni, li raccoglieva tutti, perché non andassero danneggiati o dispersi. Poi, verso i primi di settembre provvedeva a riposizionarli.

Fu proprio mio nonno, per primo, a parlarmi del progetto europeo, di come gli abitanti del vecchio continente avessero imboccato una strada razionale finalizzata alla pacifica convivenza. Il suo era un europeismo tipicamente funzionalista: attribuire un un ente superiore competenze nella misura ed in funzione, appunto, di una migliore gestione delle risorse. Aderire all'Europa, pur in assenza degli attributi di democraticità intrinseca del sistema (l'Ue era e rimane un'organizzazione internazionale a competenze delegate e il dibattito sulla democraticità di tali strutture appare del tutto surreale).

In buona sostanza il Mercato comune portava nelle case frigoriferi, cucine elettriche, televisori, coca cola e tanta fiducia nel futuro. L'Europa non solo era funzionalista, ma funzionava proprio! Ciò lo si doveva alle oculate scelte della cattolicesimo politico italiano che da De Gasperi in poi, ha fatto dell'obiettivo sovranazionale la principale caratteristica della politica internazionale italiana. Insomma, mio nonno, e la sua generazione erano la tipica rappresentazione di quel consenso diffuso pro europeo che abbiamo iniziato a disperdere.

Torniamo ai giorni nostri. La sentenza della Cedu mette in primo piano l'Europa di cui nessuno sente il bisogno. Quell'Europa che, in nome dell'affermazione di diritti, va a mettere il becco un po' dappertutto, incapace di occuparsi dell'unica cosa di cui potrebbero avere a cuore i suoi cittadini, l'essenziale: risorse energetiche e sviluppo economico; difesa della natura e ricerca scientifico/tecnologica, concorrenza economica e mercati globali, politica di sicurezza e promozione dei diritti umani. Il potere di occuparsi di queste cose non esiste e costituire un tale potere vuol dire costruire la nuova dimensione statuale della Federazione europea.

A nulla vale appellarsi alle puntualizzazioni e precisazioni in tema di Consiglio d'Europa, Unione europea, corti e tribunali. Nell'immaginario del cittadino comune esse sono “quisquigle e pinzellacchere”. Cose da “azzeccarbugli” note ad un'infinitesima percentuale della popolazione; di certo non ai giornalisti, ai politici, ai giuristi, ai cultori delle scienze umanistiche, tranne che ai quei pochissimi esperti del settore, qualche migliaio in tutti il Paese.

La percezione è netta: i miei bisogni non trovano più soluzione in ambito sovranazionale; le istituzioni comuni sono buone ad occuparsi anche del sesso degli angeli. Anzi, più si tentasse di spiegare ed informare - erigendo così una sorta di invalicabile linea del Piave- tanto più l'opinione pubblica, sempre più incerta e confusa, comprenderebbe che è giunto il momento opportuno per tracimare, senza controllo, verso la paura e l'immobilismo.

L'Europa tecnocratica riscuote sempre meno consenso, questo è un fatto politico che non può essere né sottaciuto né sottovalutato. Quella stessa Europa, compiendo un passo indietro nella lotta alla laicità, ha travolto, con la sentenza Cedu, il più comune buon senso. Quest'Europa non funziona. Una strada perniciosa su cui si è incamminata e che non sembra voler abbandonare.

Perché mai la presenza discreta di quel povero Cristo appeso che guarda, tacendo, le tante stupidità e nefandezze umane scuote tanto le coscienze? Quel ragazzino, che sognava l'Europa raccontata dal nonno, si poneva allora la domanda, e se la pone ancora oggi.

Campoleone, 9 novembre 2009