lunedì 8 febbraio 2010

Lettera aperta al segretario del MFE

di Nicola Forlani

Caro Giorgio,
in relazione agli orientamenti assunti in occasione dell'ultima direzione nazionale e in vista dell'incontro di Segreteria previsto per il prossimo sabato, desidero sottoporti alcune osservazioni.

Faccio circolare la missiva sul forum del Comitato centrale, convinto che siano considerazioni di interesse generale. Anche il testo, seppur scritto in forma epistolare, ha contenuto assolutamente pubblico.

Una prima questione è di carattere procedurale. E' ovvio che ogni occasione di incontro sia la benvenuta, ma il reiterarsi della delega di funzioni di indirizzo e di mediazione politica non più agli organi a tal scopo delegati (direzione e comitato centrale) ma ad assemblee informali a cui non si può che riconoscere una pura e semplice funzione consultiva, può trasformare l'occasionalità in
consuetudine, sottolineando, così, l'intrinseca difficoltà di governo della nostra organizzazione.

Inoltre, i militanti come il sottoscritto, che non gravitano nell'area limitrofa alla sede dell'incontro (regioni confinanti con la Lombardia) hanno oggettive difficoltà a raggiungere più volte, a poche settimane di distanza, Milano. Se avessi saputo in anticipo che la direzione si sarebbe conclusa con un rimando alla riunione di segreteria, avrei probabilmente optato per la seconda occasione, visto che la prima è stata sostanzialmente una riunione di dibattito politico; un dibattito, a mio avviso oltremodo maturo, per assumere le opportune decisioni operative.

Ed ancora. Le giuste esigenze di gestione collegiale non possono trasformarsi in assemblearismo permanente. Se imboccassimo questa strada, potremmo scivolare inesorabilmente verso l'ingovernabilità del MFE. La democrazia interna, oltre che sulla giusta partecipazione di tutti, deve trovare momenti di sintesi e di delega politica ben definiti. Il permanente assemblearismo conduceì al caos e non certo ad una migliore e più alta forma di partecipazione politica.

L'esempio principe di questa responsabile delega è il congresso. Da poco abbiamo concluso quello di Catania e stiamo già a ricercare una nuova formulazione strategica alla nostra campagna d'azione. Delle due l'una: o non siamo in grado di rispettare le indicazioni congressuali o in tale sede non abbiamo affrontato i nodi cruciali che ora ci ritroviamo, puntualmente, a dovere fronteggiare.

Capire cosa è successo in terra siciliana non serve a formulare giudizi sul recente passato, ma solo ad individuare le mete che abbiamo ancora di fronte, e come raggiungerle. Parlare di ciò che è stato non è da interpretare come una postuma resa dei conti, ma un rinnovato impegno per il futuro. Con questo spirito caro Giorgio, ti prego di volere accogliere le mie considerazioni.

La riunione del Comitato federale Uef, che ricordiamo, si interpone alla riunione del Comitato centrale, è un ultimo elemento di riflessione procedurale che certo non può essere sottovalutato. La direzione non ha assunto orientamenti sulla strategia. Una riunione informale di segreteria allargata potrebbe mai definire ciò che l'organo politico non è stato in grado di assumere? Le decisioni assunte dall'Uef saranno poi lì a condizionare, come giusto che sia, le deliberazioni del nostro
Comitato centrale.

Insomma, per farla breve, c'è la concreta possibilità che senza nessun passaggio politico in Italia, ci troveremo a che fare con una nuova Campagna su cui il MFE non ha mai deliberato una precisa e puntuale mozione di indirizzo. Tradizionalmente, da quanto ricordo, erano i dirigenti italiani che tentavano di condizionare ed orientare le scelte Uef, utilizzando la leva di un MFE compatto e determinato. Ora potrebbe accadere giusto il contrario.

Come ricorderai tanti di noi, già prima di Catania, avevano avanzato specifiche proposte in merito ad un nuovo modello di governo che, in assenza di un leader indiscusso (come si è determinato durante la gestione Albertini) desse forma e sostanza al concetto di leadership collettiva.

Un'ipotesi percorribile, anche se non certo l'unica, era, ed è tutt'ora, quella di ricondurre al presidente un ruolo di indirizzo e di gestione degli organi tra un congresso e l'altro, attribuendogli così un ruolo super partes. In tale prospettiva, il presidente stesso, insieme a due o tre copresidenti, poteva andare a costituire una sorta di consolato di governo. A loro poteva essere affidata la funzione di garanti e di primi interpreti della leadership collettiva. Il presidente sarebbe così
diventato un primus inter pares che, per meglio svolgere le sue funzioni, poteva essere ricercato all'interno di una generazione e con un profilo personale non più coincidente tra quello dei copresidenti.

A Catania si è scelto una più tradizionale e legittima soluzione, affidando gli elementi di novità alla costituzione degli uffici. Come si è dimostrato in questi mesi, gli uffici possono avere una pura funzione di delega organizzativa, non potendo essere il luogo di indirizzo o di mediazione politica; funzione che non può che rimanere riconosciuta agli organi propriamente politici dell'organizzazione. Ergo, siamo al punto di partenza, ed i problemi sono ancora lì, di fronte a noi,
che attendono nuove e più coraggiose soluzioni.

Un secondo aspetto delle mie riflessioni è dedicato alle scelte di carattere strategico che dobbiamo assumere in occasione del prossimo comitato centrale. Alcune condizioni politiche legate alle dinamiche del processo di integrazione (ad iniziare dall'entrata in vigore del Trattato di Lisbona e alla designazione delle nuove figure di istituzionali dell'Unione) sono ormai maturate. Prendere ulteriore tempo, senza sfruttare l'occasione del prossimo comitato centrale, per lanciare una nuova
campagna d'azione MFE, non darebbe certo merito alla nostra tradizione militante.

Sempre richiamandomi a quanto avvenuto a Catania, occorre ricordare che anche la mozione sul rilancio del ruolo dell'Ufficio del dibatto, a firma Jozzo, Spoltore, Roncarà ha si segnato la fine di una contrapposizione interna che perdurava ormai da anni ed il ritorno di un'attiva partecipazione di tutti i militanti lombardi, ai massimi livelli, negli organi politici del MFE, ma ha sostanzialmente lasciato irrisolto la questione del che fare, e con chi.

Mi spiego meglio. La linea del doppio binario, emersa al congresso Uef di Parigi, e più volte richiamata nella deliberazioni di Catania poteva e può ancora essere declinata in due diversi modi: 1) una doppia azione con una doppia conduzione strategica, una ufficiale del MFE ed una promossa e sostenuta dal Comitato per lo Stato federale, che convivono sotto il cappello del doppio binario; 2) un'unica conduzione organizzativa del MFE in quanto tale, declinata in obbiettivi strategici ed azioni politiche.

La scelta tra l'opzione uno e la due è un problema che, da Catania ad oggi, attende ancora soluzione. L'aver rimandato la scelta che potevano essere assunte in occasione dell'ultima direzione e l'individuazione del nuovo momento di incontro informale nella segreteria allargata, sono lì a testimoniare il fatto che tra l'opzione uno e la due ancora non si sabbia bene quale strada imboccare.

La premessa di approccio attiene certo alle responsabilità di tutti noi, ma in particolare alle indicazioni che vorranno da un lato fornirci gli amici lombardi e dall'altro il presidente ed il segretario del MFE. Faccio solo presente che nel caso della scelta della doppia azione intesa come strategia bicefala (in ciò si sostanzierebbe la mozione sull'Ufficio del dibattito), potrebbe dare la stura ad una stagione militante fai da te.

Perché mai altri gruppi di militanti o centri regionali (oltre ai lombardi che hanno dato all'epoca inizio alle attività del Comitato per lo Stato federale) non potrebbero, a questo punto del tutto legittimante, individuare o una terza azione (il doppio binario potrebbe diventare triplo e chi più ne metta) o scegliere, invece, su quale dei due originari binari andare a collocare il proprio vagone
militante.

Si consideri, inoltre, che nella seconda ipotesi si potrebbe determinare l'originalissima condizione per la quale l'azione promossa dal MFE sia sostanzialmente sostenuta da una minoranza (nella migliore delle ipotesi dalla metà dei militanti) mentre quella promossa dal Comitato(organo altrettanto legittimo, ma pur sempre a conduzione esterna al movimento stesso) raccolga la maggioranza dei consensi, non in sede congressuale, ma sul piano del che fare. Non mi trattengo
sull'incresciosa situazione, di certo non edificante, in cui andremmo a porre la componente giovanile del MFE.

Io sono convinto della bontà della prima scelta. Anche a Milano ho cercato, seppur nella brevità del mio intervento, di sostenerla. Prima del congresso di Catania un'unica campagna d'azione declinata in aspetti strategici ed opportunità politiche poteva apparire una sorta di forzatura delle volontà.

Come sai, caro Giorgio, io ed altri ci siamo spesi, nei mesi precedenti il congresso, perché si potesse già da allora raggiungere l'obiettivo massimo. Sono convito che l'iniziativa della lettera aperta abbiamo smosso tanto le coscienze che condizionato, positivamente, le volontà.

Orbene, al momento, possiamo dar per scontato il giudizio che, probabilmente, in sede di congresso i tempi non fossero ancora maturi per la definizione di una campagna d'azione unitaria. A sostenere questa ipotesi ci sono tanto condizioni politiche che attengono al quadro di riferimento storico del processo (Lisbona o meno, non era comunque una condizione da poco, così come il costante declino dell'asse atlantico a favore di quello pacifico nei destini del mondo) che questioni tutte nostre, interne all'organizzazione, di carattere più spiccatamente umano.

La durissima contrapposizione degli ultimi anni ha lasciato molte ruggini che non è stato certo facile rimuovere. E' possibile che ancora ne sopravvivano alcune, ma tanto il clima di assoluta cordialità degli ultimi mesi, quanto la prospettiva dell'impegno comune possano definitivamente segnare l'effettiva svolta nella vita del MFE.

A sostengo della proposta di una nuova campagna d'azione strutturata su obiettivi strategici e azioni politiche incidono più elementi, tanto di natura politica che organizzativi. Proverò ad elencarne alcuni nella maniera più sintetica possibile.
Tanto la conclusione della vicenda della ratifica del trattato di Lisbona, che la sanzione, ormai pubblica, delle progressiva marginalizzazione, dell'Ue e dei suoi stati membri dal novero delle potenze che determineranno modalità, obiettivi e risultati delle relazioni internazionali mette in evidenza due elementi di cui dobbiamo pur tener conto.

Da un lato il processo di Lisbona ha reso evidente come il metodo comunitario – che ha segnato i successi dei sessanta anni di integrazione europea – abbia esaurito la sua spinta propulsiva. Dimensioni, competenze e istituzioni non sono più gli elementi caratterizzanti la possibile progressiva federalizzazione dell'Unione.

Anzi, ormai si sono evidenziati interessi e protagonisti che potrebbero innescare un processo di arretramento, qualora si mettesse di nuovo mano ad una riforma dei trattati. E' convinzione pressoché unanime che per i prossimi quindici anni non si
toccherà più l'assetto, ormai barocco, dell'architettura comunitaria.

D'altro canto, ogni evoluzione politica dell'Europa che prescindesse dall'introduzione di reali elementi fondativi del potere statuale (quindi federale) non farebbe che far vacillare ulteriormente il consenso stesso sul processo di integrazione, già mortificato dagli ultimi avvenimenti. Anche auspicabili iniziative nel settore delle cooperazioni rafforzate o di quelle strutturate nel settore della
difesa, sarebbero destinate al fallimento proprio perché ingabbiate nella dimensione
intergovernativa, dove un nucleo di avanguardia non potrebbe che assumere le funzione di un direttorio politico.

L'elemento di potere (cioè della effettiva capacità di condizionare le scelte altrui) nella prospettiva di una statualità federale cosciente, dichiarata e condivisa, dovrebbe essere l'elemento strategico su cui poggiare parte del nostro sforzo d'azione militante. Al punto in cui è arrivato il processo di integrazione o c'è questo salto effettivo o ogni ipotesi progressiva parziale si tramuterebbe in
sconfitta degli obiettivi e frustrazione delle volontà.

All'elemento strategico, inteso come fatto storico/culturale e non tanto come acquisizione giuridico formale (non siamo certo noi a dover mettere le brache al futuro) e che potrebbe dover essere sostenuto per anni ed anni (di qui la capacità di tenere sul campo forze profondamente militanti che non si lascerebbero condizionare al mancato raggiungimento dell'obiettivo strategico in tempi brevi)
potrebbe essere affiancato una serie di azioni a carattere più propriamente politico che andrebbero ad agire nella realtà contingente, qualunque sia il quadro di riferimento; anche a trattati costanti come applicazione possibile di politiche dell'Unione.

Due credo, siano gli elementi a carattere politico su cui potremmo concentrare il nostro interesse: 1) iniziative nel settore della cooperazione strutturata in materia di difesa; 2) l'emissione di titoli di debito pubblico europei a sostengo di politiche economiche (infrastrutture, ricerca, alta formazione) espansive a livello sovranazionale. Sul terreno politico potremmo, se del caso, utilizzare tanto il
parlamento europeo, all'interno del quale potrebbero nascere agguerrite minoranze federaliste, che prevedere l'attivazione della procedura di “iniziativa dei cittadini europei” (art. 11 par 4, TUE).

L'obiettivo strategico potrebbe assumere la forma di un appello da utilizzare nell'ambito delle attività più prioritariamente culturali dell'organizzazione. Essere, prioritariamente ma non esclusivamente, l'elemento di confronto con le elitè politiche e sociali. In tale ambito andrebbe visto con grande favore anche la nascita di un Comitato d'azione che riprenda l'iniziativa a suo tempo lanciata da Jean Monnet.

Le azioni politiche potrebbero invece assumere la forma di petizioni ad hoc che si inseriscano più nel contingente della vita politica nazionale ed europea. Queste ultime potrebbero essere l'elemento di confronto con i cittadini e con l'opinione pubblica in generale, rispondendo alla diffusa esigenza dei militanti del nostro Movimento che chiedono un più diretto e verificabile riscontro del proprio impegno militante.

Elemento strategico ed obiettivi politici si sosterrebbero e si alimenterebbero, rafforzandosi nel tempo, l'uno con l'altro. Nessuna proposta politica, anche limitata, insufficiente e parziale avrebbe senso alcuno senza il riferimento all'obiettivo strategico (obiettivo del potere statuale). Così come l'appello strategico per la fondazione di un'effettiva statualità federale non rischierebbe di rimanere nel limbo dei pii ed illuminati desiderata di una classe intellettuale in assenza di una concreta leva politica (le due petizioni) che consentano l'emergere della contraddizione.

Di tali considerazioni non ho l'ardire di attribuirmene alcuna paternità, al massimo una certa qual comprensione degli assunti logici. Sono tesi tipicamente albertiniane di cui sono rintracciabili, a parziale, e non certo esaustivo conforto, alcuni spunti nella lettera di Albertini stesso a Giampiero Orsello del 3 ottobre 1971 (pag. 94 del VI volume di “Tutti gli scritti”). D'altro canto, è pur vero che
ogni svolta ha spesso in se numerosi elementi di ritorno alle origini. Perché negarlo.

Caro Giorgio, vedo di essermi dilungato oltre quanto la pazienza e l'attenzione tua e degli altri amici federalisti possano consentire. Spero vivamente che si stia aprendo una nuova stagione politica del MFE. In tal caso, il tuo impegno e le tue responsabilità saranno determinanti come non mai in passato. Un caro saluto e a presto.

Campoleone, 30 gennaio 2010

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