sabato 6 dicembre 2008

Il paradosso di una costituzione senza stato

Campoleone, 24 gennaio 2007

Ripropongo un estratto dell’articolo di Bolaffi che a mio avviso rappresenta, magistralmente, una delle possibili ragioni profonde del dibattito sul futuro dell’Europa che in parte sta animando, non so quanto consapevolmente, anche il nostro mivimento.

… “Si tratta come ognun veda di una vera e propria rivoluzione copernicana del pensiero giuridico e costituzionale che ci mette in grado di sganciare l'idea di Costituzione da quella di Stato-nazione. In tal modo si potrebbe definitivamente archiviare quella sorta di aporetico combinato disposto formato da un lato dall'ideologia "sovranista", secondo la quale un'unità politica non può esistere che nella forma dello Stato-nazione. E dall'altra, dalle posizioni di un radicale federalismo per le quali un'Europa politicamente unita potrà esistere solo nella forma di Stato federale europeo (o Stati Uniti d'Europa): «Sul piano della forma politica, è un'unità che non ha la forma classica della circonferenza, bensì quella meno consueta ma non meno strutturata dell'ellisse”… “Una ellisse formata dalla persistenza, sia pure declinante, della legittimità politica la cui fonte è lo Stato-nazione e la formazione di una realtà post-statale anch'essa legittimata e capace di decisioni politiche che chiamiamo diritto comunitario”.

Il cosmopolitismo internazionalista ha da sempre propugnato l’estinzione dello Stato quale fase terminale della società capitalista e preludio di quella socialista (società post-statale per eccellenza). Un’astrazione filosofica su cui molti autori marxisti si sono esercitati ma che spesso, nei fatti, si è tradotta in un’idiosincrasia congenita all’ordine e al potere che dallo Stato stesso emanano. Idiosincrasia che con il concetto filosofico ha ben poco a che fare. In questa versione comunitaria, avallata da Bolaffi, e sostenuta da una serie di intellettuali che fanno riferimento alla fondazione Basso, l’estinzione dello Stato avverrebbe grazie al depotenziamento progressivo di quelli nazionali e alla fiera opposizione alla costruzione di quello federale soprannazionale.

Nella sostanza, il non essere Stato (patrimonio da preservare) del modello comunitario in abbinamento con un trattato internazionale (che ha il solo merito di rafforzare il ruolo intergovernativo degli Stati nazionali stessi) da chiamarsi enfaticamente “Costituzione” trasforma, come per miracolo, un campione di europeismo come Valéry Giscard d’Estaing, così viene giudicato dal costituzionalista europeo Peter Häberle (1), in una novella Rosa Luxemburg. Ed il primo avrebbe il privilegio di essere riuscito li dove la seconda ha fallito.

Fino al ’89, gli anti-Stato non avevano timore a richiamarsi a Marx e Engels (né con lo Stato né con le BR è un’espressione che forse non dice nulla ai più giovani, ma morde ancora nelle coscienze di chi ha vissuto quella infelice stagione politica chiamata “Anni di piombo”). Ora che lor signori non sono più tanto alla moda, gli anti-Stato si appellano al modello comunitario, erigendolo a monumentale esempio cultural/costituzionale di un federalismo post-statale (2) da contrapporre al federalismo radicale, che poggia sul concetto di Stato federale. Con l’unico risultato tangibile di dar vita così all’unico stato possibile, quello confusionale.

Ambedue le visioni (internazionalista e federalista) sono ovviamente degne di nota e meritano ben più articolata analisi di quella accennata in queste poche battute. Ma solo la seconda è legittimata ad offrire il proprio contributo per la miglior definizione della linea strategica della nostra organizzazione che ha, in ogni caso, per obiettivo la fondazione dello Stato federale europeo. Sempre che questo, senza post, né pre, né ma sia ancora l’obiettivo condiviso di tutti i militanti del MFE. Se qualcuno avesse sviluppato altre opinioni in merito lo dica, con chiarezza cristallina, e senza lasciare ancora spazio a fraintendimento alcuno.

Facciamo chiarezza e usciamo dall’ambiguità. E’ il marxismo, nelle sue innumerevole declinazioni, ad essere stato archiviato dalla storia! Il federalismo di Altiero Spinelli e Mario Albertini no! E’ di drammatica attualità per le sorti del pianeta stesso.

Nicola Forlani

(1)Peter Häberle. (2003) Interevento al convegno “Il giurista europeo di fronte ai compiti del nostro futuro costituzionale comune” (Luiss)

http://www.luiss.it/semcost/index.html?dirittifondamentali/resoconti/200302.
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Estratto intervento Häberle. “Passando ad analizzare più da vicino alcuni dei progetti considerati, prendiamo in considerazione in primo luogo il progetto Giscard elaborato dal presidium della Convenzione nel novembre 2002. Si tratta di un documento eccellente per una politica costituzionale europea, che si sforza di realizzare un'ampia trasparenza, opera con una sistematica quasi cartesiana, e rappresenta pertanto un'iniziativa pionieristica, una sorta di strumentario costituzionale, un programma strutturale prodotto dall'elaborazione del fitto intrico di oltre 400 "vecchi" articoli già emanati nel diritto pattizio europeo e che in qualche modo produce nuove norme giuridiche. Forse è possibile parlare di un
"documento quadro" (Rahmenwerk), di un'"impalcatura costituzionale" o di uno "scheletro". Non avendo contatti con gli ambienti politici, osserva Häberle, non gli è stato possibile apprendere a chi debba Giscard l'elaborazione di un progetto di tale qualità.”

(2) Peter Häberle (2006) Costituzione ed identità culturale tra Europa e stati nazionali. (Giuffre)

Oggi come per il passato

Campoleone, 14 gennaio 2007

Oggi, come per il passato, le tesi dei federalisti si confrontano costantemente con il variegato mondo delle proposte degli europeisti e più in generale di coloro che a vario titolo, non di rado oneroso, si occupano di Europa. Una palude all’interno della quale, al di là di encomiabili eccezioni, si distinguono intellettuali, non sempre titolati e se titolati non sempre per meriti scientifici, troppo sensibili al sottile fascino del potere costituito per poter esprimere proposte originali, cattivi maestri orfani del comunismo militante e pronti a confondere le menti delle nuove generazioni con il global-cosmopolitismo pedante ed inconcludente, protagonisti della vita economica alla ricerca di una verginità etica ormai irrimediabilmente perduta nel vortice delle leggi di mercato, giornalisti ed opinion maker compiacenti e disponibili a cambiar bandiera a seconda dei reconditi interessi dell’editore, palese o meno che sia. Tra tutti questi rimestatori di idee quelli i più pericolosi sono coloro che sanno impareggiabilmente coniugare l’ignoranza dei temi all’arroganza dei modi.

Oggi, come per il passato, i militanti che desiderano offrire il proprio contributo alla costruzione della Federazione europea fanno appello prima ancora che al patrimonio ideologico del federalismo organizzato, alla capacità di autonomia nei confronti del mondo politico tradizionale.

Un’autonomia che si sostanzia tanto in termini di definizione di una combattiva azione politica (Spinelli), che di elaborazione di un rigoroso quadro teorico di riferimento (Albertini).

I due elementi sono indissolubilmente legati e definiscono in maniera del tutto originale lo spessore culturale, prima ancora che politico, dell’”orgoglio federalista”.

Oggi, come per il passato, non ci meraviglia affatto che un capo di governo non concordi con le tesi dei federalisti. Rimarremmo semmai esterrefatti se fossero i federalisti a concordare con le tesi di un presidente di turno che da un lato tenta di mantenere un bassissimo profilo, in attesa che la Francia sciolga il rebus postreferendario e dall’altro asseconda la progressiva nazionalizzazione della politica estera tedesca, pur di mantenere unita la grande coalizione.

Oggi, come per il passato, la proposta federalista non è quella che ha le maggiori possibilità di essere realizzata, non è quella che trova il maggior favore dell’opinione pubblica, non è quella che giustifica le logiche di potere nazionale, non è quella che cerca il superficiale ed impalpabile favore della palude europeista, ma è quella che ha l’ambizione di far emergere il partito di coloro che vogliono, inequivocabilmente, l’unione politica su basi federali.

Nicola Forlani

Pasticci referendari

Campoleone, 4 gennaio 2007

Di tanto in tanto riaffiora nel dibattito europeo l’idea di un referendum consultivo per la ratifica del trattato costituzionale emendato da celebrarsi in occasione delle elezioni europee del 2009.

Attualmente l’istituto referendario non è contemplato nei trattati vigenti. L’unica possibilità concreta troverebbe conforto in una sorta di dichiarazione solenne in cui i 27 capi di stato e di governo si impegnino unanimemente alla ratifica nazionale per via referendaria da tenersi in occasione delle elezioni del 2009. In pratica ci troveremmo di fronte a 27 referendum consultivi nazionali che, per il sol fatto di tenersi nello stesso giorno, trasformerebbero la ratifica da nazionale in europea.

Tra l’altro, molti si ostinano a chiamare costituzione il trattato emendato e solo la semiotica comunicativa potrebbe illuminarci sul perché utilizzare un termine di così alta significazione per definire un testo che risponde alla più mediocre, anche se improcrastinabile, esigenza di rendere governabile l’Unione dopo l’allargamento ad est.

Orbene, per procedere alla ratifica referendaria, la stragrande maggioranza degli stati membri dovrebbe introdurre nuove norme legislative nei propri ordinamenti nazionali. L’Italia, in particolare, dovrebbe prevedere norme di rango costituzionale così come fatto per il referendum di indirizzo sul potere costituente al Pe, svoltosi nel 1989 (Legge cost. 1/89).

In questo caso però l’istituto referendario non sarebbe più occasionale, come per l'89, ma potrebbe prevedere una modifica permanente della costituzione italiana in tema di ratifica dei trattati internazionali e l’introduzione di un articolo europeo sul modello della costituzione, francese, tedesca, ecc.

Attualmente la questione è disciplinata implicitamente dall’art. 11 sulle limitazioni di sovranità per i trattati finalizzati a salvaguardare la pace, ed esplicitamente con l’art. 80, che dispone l’autorizzazione parlamentare alla ratifica e dall’art. 87 sui poteri del Presidente della Repubblica.

Per completezza è opportuno ricordare che l’art. 75 non ammette il referendum abrogativo sui trattati internazionali stessi, articolo, che, nell’ipotesi di modifica, dovrebbe contenere un nuovo comma sui referendum consultivi.

Ovviante il nostro paese, per poter procedere alla ratifica per via referendaria in occasione delle elezioni europee della primavera del 2009, dovrebbe adottare la nuova norma costituzionale entro la fine del 2008. La relativa proposta di legge costituzionale dovrebbe essere presentata al massimo per settembre del 2007, sperando che in 12/16 mesi sia possibile concluderne l’iter legislativo, stante la doppia lettura successiva a distanza non minore di 3 mesi (art. 138).

Va da se che a questo punto la dichiarazione solenne dei 27 capi di stato e di governo, che si impegnano alla contemporanea ratifica referendaria, dovrebbe essere sottoscritta al massimo entro i prossimi 6/8mesi. Da aggiungere, infine, che qualora la legge costituzionale italiana non fosse approvata con la maggioranza dei due terzi, nella seconda votazione, da ciascuna delle Camere, la legge stessa che introduce il referendum consultivo in tema di trattati internazionali potrebbe essere sottoposta ad un referendum popolare confermativo.

In un caso del genere, dando per scontato che gli italiani votino si alla modifica della costituzione, la promulgazione delle nuove disposizioni costituzionali slitterebbe a non prima del 2010.

Questo è il ginepraio giuridico/legislativo in cui si andrebbe a collocare, nel già fibrillante dibattito politico italiano, il tema della possibile adozione di strumenti referendari in materia di Europa. Immaginare cosa avverrebbe negli altri stati membri lascerebbe impietrite anche le più acrobatiche menti.

Nicola Forlani

Questa o quello, per me pari sono

Campoleone, 19 novembre 2006

In occasione del convegno internazione di Firenze dello scorso venerdì, il Presidente Giscard d’Estaing si è rallegrato della sconfitta di Fabius nelle primarie del Partito socialista sottolineando come le posizioni anti trattato costituzionale abbiamo raggiunto solo il 20% dei consensi. Con enfasi, ha poi proseguito: “Il conteso politico francese sta cambiando”.

Troppo facile notare come il contesto politico francese fosse per l’80% a favore del trattato anche a cavallo del 29 maggio 2005 e che si sarebbe tranquillamente palesato per via parlamentare se Chirac non avesse avuto l’improvvida idea di sottoporre il trattato stesso a referendum. Una scelta che ha di fatto costretto il popolo francese a dire no ad un testo lunghissimo e indecifrabile presentato come una vera costituzione, mentre conteneva modestissime innovazioni istituzionali.

C’è da scommetterci che se oggi fosse ripresentato non basterebbe il dolce sorriso di una candidata per farlo risorgere dalle sue ceneri. D’altro canto lo stesso Giscard d’Estaing ha precise responsabilità nell’aver addomesticato la Convenzione togliendole ogni carattere assembleare e trasformandola in un forum degno del più tradizionale negoziato intergovernativo, ma a Firenze, per cortesia istituzionale, nessuno ha avuto l’ardire di sottolinearlo.

Al momento la bella Sègolène Royal ha solo infranto la regola che le donne in politica debbano essere di aspetto decisamente sgradevole per poter aver successo. Il suo programma è scarno, indecifrabile e poco o per nulla di sinistra. Sull’Europa si è espressa per il mini trattato alla Sarkozy. E’ favorevole ad un testo che nella sostanza conferma il precedente ma che nella forma abbandona i toni costituzional/costituenti.

Vincano i socialisti o i conservatori, ai francesi sarà detto che si sta ratificando una cosa nuova, mentre, per via parlamentare, tenteranno di ratificare il vecchio trattato. Sarebbe interessante conoscere l’opinione dei due candidati, che in comune hanno anche una personalità sostanzialmente antipolitica, su quello che vogliono per il futuro dell’Europa, dando ottimisticamente per scontato che abbiamo una seppur pallida idea sulla questione. Ma in proposito, a mio avviso, non si esprimeranno se non dopo che uno dei due si sia insediato all’Eliseo, sempre che Chirac, il politico, sia disponibile allo sfratto.

Nicola Forlani

venerdì 5 dicembre 2008

Gentile signor Ministro Bonino

Campoleone, 2 giungo 2006

Gentile signor Ministro Bonino,

se le considerazioni di Galli della Loggia sul Manifesto di Ventotene avevano suscitato in me, e in molti altri federalisti, una consapevole indignazione, la risposata da lei abbozzata sul Corsera, mi lascia esterrefatto.

Tralasciando le sue considerazioni che accomunano in un unico cammino i federalisti e i Galli della Loggia, cosa di cui nessuno ne aveva avuto sin ora evidenza alcuna, Ella sostiene che il nocciolo centrale del Manifesto, epurato dallo spirito antifascista d’epoca, è “la necessita del governo federale per l’Unione”.

Ad una prima lettura di tale affermazione rimango perplesso. Qualcosa inizia a non tornarmi. Non ricordo che il Manifesto articoli considerazioni particolari sul governo federale. Il nocciolo centrale del Manifesto non è un nuovo contratto sociale che, superando il dogma della sovranità assoluta e dello stato-nazione, trovi nello stato federale lo strumento istituzionale e giuridico per la creazione di un’Europa libera e unita?

Non sarà che la memoria mi fa difetto? Riprendo la mia copia del Manifesto edita da Il Mulino nel ’91. Rileggo voracemente la prefazione di Bobbio, ma nulla. Provo a sfogliare rapidamente il testo, ancora nulla. Qualcosa mi sfugge? Utilizzo il trova su una versione word del Manifesto. Scrivo “governo federale dell’Unione”. Nulla.

Forse Unione è una libera aggiunta in spirito modernista. Riprovo con “governo federale”. Ancora nulla. Nel Manifesto non vi è traccia alcuna ne del concetto ne della sua supposta rilevanza e centralità. Provo solo con “governo”. La parola è citata solo due volte. La prima nel paragrafo “La Crisi della civiltà moderna”, ma si parla del governo nei sistemi liberal democratici ed un seconda volta nel paragrafo “Compiti del dopoguerra. L’Unità europea,” dove si fa cenno a governo dispotico e principio di non intervento nella Società delle Nazioni.

No, signor Ministro. Il nocciolo centrale del Manifesto evidentemente al momento le sfugge, probabilmente per abile senso di opportunità politica. Eppure sostenere, come fa il Manifesto, la necessità della fondazione dello stato federale, ci aiuterebbe a distinguere gli amici dai nemici dell’Europa, i federalisti dai Galli della Loggia, i progressisti dai reazionari (altro concetto cardine del Manifesto).Voglio solo sperare che in attesa della versione in lingua araba che intende far editare, si creino le condizioni politiche che Le consentiranno di centrare, con una maggior margine di approssimazione, il nocciolo del testo e lo spirito originario della proposta federalista.

Con viva cordialità

Nicola Forlani

Cittadinanza e Stato

Campoleone, 29 agosto 2006

“L’appartenenza ad un determinato Stato e quindi al suo popolo, coincide con la cittadinanza dello stato stesso”. La qualità di cittadino non si presenta ad essere determinata in astratto, ma va concretamente delineata in base alle disposizioni dei singoli ordinamenti”. (Lavagna, Istituzioni di diritto pubblico, Torino, 1982, p. 85)

Gramsci in una sua lettera dal carcere scrisse: “Il disordine è il miglior alleato dell’ordine costituito”.

Il vivace dibattito sulla questione della cittadinanza, nasce da una polemica di Galli della Loggia con Il Ministro Amato. Come e a quali condizioni concedere la cittadinanza italiana agli stranieri residenti nel nostro paese. Un argomento scottante, su cui l’elettorato è molto sensibile. Ripeto, cittadinanza italiana, in quanto non esiste la qualità di cittadino in assenza delle disposizioni di uno Stato e a maggior ragione per la cittadinanza europea, estensione di diritti di quella nazionale.

Nel nostro paese i criteri per l’acquisto e la perdita della cittadinanza sono stabiliti dall’art. 22 della Costituzione (Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome) e regolati da una serie di disposizioni normative, a partire dalla legge n. 555 del 13.6.1912 e sino alla legge n. 91 del 15.02.1992 e successive modificazioni.

Va da se che con l’acquisto della cittadinanza italiana si acquista anche quella europea. L’Unione è un ente giuridicamente riconosciuto a livello internazionale con poteri di indirizzo e sanzionatori in materia. Una vera e propria comunità giuridica, anche se prestatale. Tra l’altro le comunità sovrane non territoriali non sono una novità, ad iniziare dalla Chiesa cattolica. Comunque, è lapalissiano che senza quella nazionale la cittadinanza europea semplicemente non esiste.

La legge stabilisce che la cittadinanza italiana si acquista per: "Ius sanguinis" (figlio nasce da padre italiano o madre italiana); “Ius soli” per nascita sul territorio italiano (genitori ignoti o apolidi, ecc.); per riconoscimento di paternità o maternità o a seguito di dichiarazione giudiziale di filiazione durante la minore età; per adozione durante la minore età. Ma non è finita qui. Si acquisisce per matrimonio, formula ben nota agli italiani che hanno troppo frequentato le capitali dei paesi dell’Est negli ultimi anni e per alti motivi quali il servizio militare o eminenti servizi resi allo stato italiano.

Per finire la legge stabilisce già i criteri di acquisto della cittadinanza per residenza (naturalizzazione) e più specificatamente: ex-cittadino italiano che aveva perduto la cittadinanza italiana, 1 anno di residenza; cittadino straniero i cui ascendenti erano cittadini italiani (nonno, padre), 3 anni di residenza; cittadino di un paese membro dell’Unione europea, 4 anni di residenza; cittadino di un Paese non membro dell’Unione europea, 10 anni di residenza. Tra l’altro la legge prevede già casi di riduzione a 5 o 7 anni del periodo di residenza per gli extracomunitari.
La questione è quindi come e in conformità a quali criteri modificare le modalità d’acquisto della cittadinanza italiana e conseguentemente di quella europea per gli extra-UE per motivi di residenza, come e se ridurre il periodo richiesto di 10 anni necessari per l’acquisizione di un’italianissima, giuridicamente stringente e per nulla cosmopolita cittadinanza dello stato italiano.

Ovviamente il confronto non si basa solo su motivazioni di carattere giuridico, che per la loro natura non lasciano spazio a possibili fraintendimenti. Il passaggio ad una dimensione più prettamente politico culturale può forse aiutarci a capire cosa si cela dietro il confronto sul tema in oggetto.

Le correnti anarchico, internazionaliste, pacifiste non cattoliche si sono da sempre caratterizzate per una posizione di sostanziale rifiuto dell’ordine costituito, comprendente l’idea stessa dello Stato. Ricordiamo che della “estinzione dello Stato” come fase superiore della società comunista Marx ed Engels hanno a lungo scritto, anche in polemica con gli anarchici che chiedevano invece la “abolizione dello Stato”. Va anche rilevato come tra le organizzazioni appartenenti ai movimenti di rete noglobal, quelle di matrice ambientalista e cattolica si differenziano dalle antagoniste proprio perchè riconoscono, ed anzi spesso invocano, il potere regolatore e sanzionatorio dello Stato.

Tornando ai giorni nostri è dalla caduta del muro di Berlino che stiamo assistendo ad una sorta di sessantotto permanente. Poliziotti, militari, intellettuali un po’ troppo razionalisti, sino ad arrivare all’idea stessa dello Stato come regolatore dei conflitti sociali, da quelli familiari a quelli internazionali, sono tutti soggetti di contrasto politico e sociale per le correnti di pensiero anarchico, internazionaliste, pacifiste non cattoliche.

Lo Stato diventa elemento subliminale dell’ordine costituito a cui contrapporre il cosmopolitismo come riorganizzazione complessiva della società. Riorganizzazione da compiersi in ogni caso su basi capitaliste in quanto, anche le correnti internazionaliste di matrice comunista hanno ormai abbandonato la prospettiva della rivoluzione del proletariato e nella messa in comune dei beni e degli strumenti di produzione. Sono invece numerose le correnti cultuali e programmatiche contemporanee, in gran parte postcomuniste, che sostengono il superamento dello Stato in forme di incorporazioni territoriali superiori (Comunità, Unioni, Confederazioni).

E’ sostenuta non solo la possibilità ma l’assoluta opportunità della creazione di comunità politiche non statali che hanno come obbiettivo una più egualitaria ripartizione delle risorse. In tali enti politici si sostituiscono i processi identitari dello Stato (nazionale o federale poco importa) con il multiculturalismo ed il relativismo. Va da se che la loro idiosincrasia con l’autorità statale li conduce ad essere contro tutto ciò che deriva dall’ordinamento dello Stato stesso. La cittadinanza di residenza, da loro sostenuta e che si basa su un presunto ed utopistico diritto cosmopolita (giuridicamente etereo e inafferrabile), non è che una delle rappresentazioni di tale impostazione antistatale. Una non cittadinanza in un non Stato.

Galli della Loggia con il suo editoriale ha solo voluto polemizzare, anche sulle questioni della cittadinanza, con il governo di centro sinistra, mettendo in evidenza le contraddizioni culturali e concettuali delle sue componenti più radicali che non si caratterizzano certo per cultura di governo. Ha bacchettato il cosmopolitismo militante di sinistra. Tutto qua.

Veniamo alle questioni europee che ci interessano di più. Non è certo un caso se tali correnti culturali sono particolarmente euro ottimiste. Il trattato costituzionale è giudicato più che positivamente. Eventuali osservazioni critiche sono riservate alla dimensione socio/economica. In alcuni casi lo si è anche invocato come elemento che avrebbe consentito all’Unione europea di sviluppare una propria politica estera e di sicurezza nell’attuale crisi mediorientale.

La cosiddetta costituzione europea non fonda uno Stato, ma una generica comunità politica, non da all’Europa la capacità di agire con un proprio governo in economia e in politica estera e di sicurezza ed infine non crea né l’esercito europeo né lo Stato federale. Per i federalisti sono limiti di assoluta evidenza. Per loro, i cosmopoliti pacifisti anarchico ed in qualche caso ancora comunisti, non sono un limite, anzi! Sono un risultato eccellente. Il disordine europeo può perdurare. L’ordine statuale federale europeo è stato sconfitto. Così come per il passato devono però sempre chiedersi: Cui prodest? Sono proprio convinti di non essere ancora una volta i migliori alleati dell’ordine costituito? Di rimestare l’acqua nel mortaio senza minimamente influire sui di progetti ed i propositi dei padroni del vapore? Di essere, non certo di rado, troppo sensibili al fascino del denaro e del potere, per non lasciarsi, prima o poi, convertire ed inglobare a pieno titolo nel sistema di difesa del potere costituito stesso?

Nicola Forlani

Cia, rapporti transatlantici. Nuovo multilateralismo?

Campoleone, 25 settembre 2006


La lotta al terrorismo internazionale vede protagonista la Cia sin dall’avvio delle campagne militari del presidente di guerra George Bush. La scelta unilateralista, che scavalca il Consiglio di sicurezza dell’Onu e che stravolge il quadro dei rapporti internazioni degli Stati uniti dopo la fine della guerra fredda, ha nella Cia tanto l’elemento di continuità che di discontinuità tra l’amministrazione Clinton e Bush. I falsi rapporti sulla detenzione di armi di distruzione di massa in Iraq, le informative che mettevano in luce la recrudescenza delle attività terroristiche di Al Qaeda avvalorano la tesi che vede nella Cia, oltre un’organizzazione di intelligence, un vero e proprio soggetto capace di indirizzare il corso della politica internazionale. Capacità tanto più evidenti e pervasive se confrontate ad un debole ed impalpabile Presidente americano, condizionato e condizionabile, ma anche una debolissima Europa, condizionabile e condizionata.

Il 15 dicembre 2005 il Parlamento europeo adotta una risoluzione che chiede un’indagine sulle attività della Cia in Europa in relazione ai presunti voli di prigionieri e alle carceri clandestine. La risoluzione ammonisce che qualora siano provate queste ipotesi, il Parlamento chiederà la sospensione dei diritti in seno all’Ue degli Stati membri coinvolti. La risoluzione è approvata con 369 voti favorevoli, 127 contrari e 32 astensioni. La commissione temporanea d’inchiesta deve accertare se la Cia è stata coinvolta nelle consegne speciali dei prigionieri fantasma sottoposti a trattamenti crudeli e tortura in siti segreti presenti nel territorio dell’Unione europea e se tra le operazioni speciali figurano cittadini e/o funzionari pubblici degli stati membri dell’Unione.

Il 6 luglio 2006 il Parlamento approva la relazione intermedia della commissione, predisposta dal relatore Claudio Fava, in cui si afferma “ La Cia, i taluni casi, è stata direttamente responsabile dell’arresto, dell’espulsione, del rapimento e della detenzione illegali di persone sospettate di terrorismo in Europa”. Con 389 favorevoli, 137 contrari e 55 astensioni il Parlamento approva la relazione e prolunga di sei mesi i lavori della commissione stessa.

Anche il Consiglio d’Europa si occupa della questione. Il 3 luglio a larga maggioranza (95 si, 16 no e 9 astenuti), l’Assemblea parlamentare approva la relazione del senatore svizzero Dick Marty sulle operazioni Cia in Europa. Si afferma che agenti de i servizi nazionali europei hanno collaborato alle consegne ed hai trasferimenti di persone sospettate di terrorismo. Il rapporto cita 14 paesi europei che sono stati coinvolti nei voli segreti della Cia e nel caso di Polonia e Romania, per aver ospitato i centri di detenzione clandestini. Sette i paesi accusati di violazione dei diritti dell’uomo nel corso dei trasferimenti illegali: Italia, Svezia, Bosnia Herzegovina, Regno Unito, Macedonia, Germania, Turchia. Altri sette paesi, Polonia, Romania, Spagna, Cipro, Irlanda, Portogallo e Grecia, sono citati per collusione. Il Commissario Franco Frattini, vice presidente e commissario europeo alla giustizia e interni, nonché ministro degli esteri italiano all’epoca del sequestro di Abu Omar nel 2003 a Milano, è stato presente alla seduta.

Lo strappo nei rapporti tra Europa e Stati Uniti dopo l’11 settembre nasce anche dalla valutazione degli americani circa l’assoluta insufficienza dell’Europa nel settore della sicurezza e della difesa. L’Unione europea non è in grado di sostenere l’apparato antiterroristico americano che fa perno, prima ancora che sulle strutture militari, sui propri servizi segreti. Consiglio europeo, Mister Pesc, Europool, Eurojast oscillano tra l’inesistente ed il patetico quando si confrontano con le politiche antiterroristiche. L’unilateralismo americano arriva a distinguere tra gli europei buoni, gli asserviti agli interessi americani, ed i cattivi, Francia in testa, inutili e veteroeuropei. L’Europa è, per volontà americana ma anche per sua incapacità oggettiva, solo un triste comprimario di attività illegali di contrasto antiterroristico della Cia.

Molti osservatori mettono in evidenza come l’amministrazione Bush stia progressivamente abbandonando la scelta unilateralista. Se così fosse, il cambiamento di rotta non potrebbe non vedere il sostanziale consenso dei servizi di intelligence. Il 21 giungo si è tenuto il Vertice Usa/Ue a Vienna che ha rilanciato la partnership strategica e contrasto al terrorismo internazionale, anche se rimangono aperte le questioni sull’uso illegittimo del trattamento dei prigionieri in conformità al diritto umanitario internazionale. La recente crisi libanese, con l’intervento di interposizione delle forze Unifil sotto il comando strategico dell’Onu, con gli USA spettatori consenzienti, sembra avvalorare la tesi di un cambiamento di rotta.

Non potremmo trovarci di fronte a scelte di opportunismo tattico che non vanno ad incidere minimamente sulla scelta unilateralista? Gli Stati Uniti sono l’alleato di Israele, non avrebbero mai potuto farsi promotore di un’iniziativa di pacificazione credibile agli occhi dei paesi arabi. Siamo in presenza di un nuovo corso delle relazioni transatlantiche o solo in una fase in cui gli Europei divisi, incapaci di garantire un’efficace presenza internazionale di contrasto al terrorismo internazionale, sono opportunamente utilizzati per attività marginali e di supporto come l’interposizione tra forze belligeranti?

La strategia di guerra appare fallimentare. L’Iraq e l’Afganistan sono sempre più incontrollabili.
Ben Laden è imprendibile. Al Qaida è sempre più forte ed organizzata. Eppure il Presidente Bush rilancia ancora una volta la scelta bellicista in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre.

L’Europa nasconde le ferite accumulate durante la triste e per molti versi indecorosa vicenda costituzionale, sotto la foglia di fico del grande successo ottenuto con l’accordo/staffetta sul comando dei contingente Onu in Libano. Né l’Unione europea, né alcuno dei suoi 25 Stati membri, è capace articolare un seppur minimo cenno sull’improrogabile esigenza della creazione di strumenti di difesa e sicurezza, esercito compreso. L’Europa non è capace di diventare alleato paritario e si accontenta di essere asservita agli interessi degli Stati Uniti. Possono mai essere queste le premesse per il rilancio di un nuovo corso delle relazioni internazionali che prescindono dalle prioritarie esigenze, approvvigionamenti energetici compresi, degli Stati Uniti?

Nicola Forlani

Europa e Partito Democratico. Non un ostacolo ma un’opportunità

Campoleone, 19 ottobre 2006

La collocazione europea del Partito Democratico nelle tradizionali famiglie politiche è un falso problema. I partiti europei non esistono in quanto non hanno una programma condiviso. Il Partito Democratico dovrebbe avere l’ambizione di favorire LA scomposizione e ricomposizione dei gruppi parlamentari europei su un comune programma per un’Europa unita, forte, credibile e soprattutto capace di agire.

Uno degli ostacoli che si frappongono alla costituzione del Partito Democratico sembra essere presente nell’emiciclo Bruxelles. Dove collocare il partito in ambito europeo? Può mai aderire al gruppo del Partito socialista europeo? E le componenti popolari del nuovo partito potrebbero mai esprimere il proprio consenso? L’Europa può essere un macigno su cui far deragliare il treno che conduce alla costituzione del nuovo soggetto politico? Qualcuno forse lo spera, altri pongono una questione che non è per nulla peregrina tanto più che, come annunciato recentemente da Romano Prodi, il primo appuntamento cui far partecipare il Partito Democratico, sarà l’elezione per il Parlamento europeo del 2009. Ma siamo proprio sicuri che la dimensione europea del Partito Democratico non solo non sia un ostacolo, ma un’opportunità più unica che rara nel panorama politico del vecchio continente per costruire il primo, vero, partito europeo? Non è possibile che il tentativo di sottolineare l’importanza delle radici politiche, nasconda l’incapacità di immaginare e di governare il presente ed il futuro?

Prima di formulare possibili risposte sarà bene ricapitolare sommariamente natura e funzioni dei partiti politici a livello europeo. L’articolo 191 del trattato Ue recita” I Partiti politici a livello europeo sono un importante fattore per l’integrazione in seno all’Unione. Essi contribuiscono a formare una coscienza europea ed ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione. Inoltre l’articolo 12 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, nel garantire la libertà di associazione, in campo politico, sindacale e civico, afferma che “i partiti politici a livello dell’Unione contribuiscono ad esprimere la volontà politica dei cittadini dell’Unione.”. Affermazioni solenni, come non condividerle.

E i partiti politici europei dove sono e soprattutto cosa fanno? Proviamo, con pazienza, a seguirne le tracce. Il Parlamento europeo è organizzato al suo interno in gruppi politici in cui si riuniscono i deputati in base alle loro affinità politiche (minimo 19 deputati di 5 Stati membri). Nel Parlamento europeo sono presenti rappresentanti di 122 partiti politici nazionali raggruppati in 8 gruppi politici e 7 partiti politici europei.
1) Gruppo del Partito popolare europeo e dei Democratici europei (PPE/DE). Il Partito popolare europeo (PPE) di ispirazione cristiano- democratica e conservatrice è stato fondato nel 1976.
2) Gruppo del Partito Socialista Europeo (PSE). Il partito è stato fondato nel 1992 e ne fanno parte trenta partiti politici nazionali di ispirazione socialista, socialdemocratica e laburista. E’ associato all’internazionale socialista.
3) Il Gruppo dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (ALDE/ADLE) riunisce due partiti europei. Il Partito Democratico Europeo (PDE) e il Partito Europeo dei Liberali, Democratici e Riformatori (PELDR). Il PDE, che nel 2004 ha tra i suoi fondatori anche Francesco Rutelli, riunisce alcuni partiti democratici-cristiani e centristi europei, che si richiamano fortemente agli ideali europeisti e ai valori di pace, libertà, democrazia, solidarietà. Il PELDR nasce nel 2004 e riunisce i partiti europei che fanno riferimento a comuni ideali liberali e democratici.
4) Gruppo Verde/Alleanza Libera Europea (Verdi/ALE). Anch’esso riunisce deputati di due partiti politici. Il Partito Democratico dei Popoli d'Europa - Alleanza Libera Europea (ALE), che raggruppa diversi movimenti che sostengono la politica dell'indipendenza e di devoluzione o di auto-governo per la propria regione, ed il Partito Verde Europeo, nato nel 2004, di aspirazione ambientalista ed ecologista.
5) Il Gruppo Confederale della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL) riunisce i deputati del Partito della sinistra europea, nato nel 2004 per opera di Fausto Bertinotti. Vi aderiscono deputati ex e post comunisti e dell’Alleanza della Sinistra Verde Nordica (NGLA) che non ha lo status di partito politico europeo.
6) Gruppo Indipendenza/Democrazia (IND/DEM). E’ un gruppo politico che raccoglie i deputati che fanno riferimento alla matrice autonomista, indipendentista e federalista/nazionalista. Ne fanno parte i leghisti italiani.
7) Gruppo Unione per l'Europa delle Nazioni (UEN) è un gruppo politico che raccoglie i deputati che fanno riferimento a valori d'ispirazione nazionalista e di destra. Ne fanno parte i rappresentati di Alleanza Nazionale.
8) Gruppo dei non iscritti

Come abbiamo potuto vedere i partiti politici europei non sono altro che l’emanazione dei gruppi parlamentari che nel tempo si sono costituiti all’interno del Parlamento europeo, ma sono anche veri e proprio collettori di finanziamenti pubblici comunitari. Vediamo come e perché. I gruppi parlamentari hanno tradizionalmente garantito le risorse finanziarie alle formazioni politiche a carico del bilancio del Parlamento europeo. La Corte dei Conti europea ha ritenuto irregolare la prassi di finanziamento per mancanza di base giuridica. Il Consiglio europeo di Nizza del 2001 ha posto rimedio aggiunto un comma all’art. 191 del Trattato Ue che recita “Il Consiglio deliberando secondo la procedura di cui all’art. 251 (a maggioranza) determina lo statuto dei partiti politici a livello europeo e, in particolare, le fonti del loro finanziamento”. Risolta la questione della base giuridica, nel 2003 è adottato il Regolamento (CE) n. 2004/2003 relativo allo statuto ed al finanziamento dei partiti politici a livello europeo. In esso si stabilisce che un partito politico europeo, per essere riconosciuto e ottenere il finanziamento, deve essere rappresentato in almeno un quarto degli Stati membri da deputati al Parlamento europeo o da deputati dei parlamenti nazionali o delle assemblee regionali o, in alternativa, esso deve aver ottenuto in almeno un quarto degli Stati membri un minimo del 3% dei voti alle ultime elezioni europee. Con questo regolamento è stata formalizzata l’idea che i partiti europei, diversamente dal ruolo previsto per i partiti politici nelle Costituzioni nazionali, dove essi sono espressione della società civile e non emanazioni dello Stato, sono invece subordinati ai Trattati e alle istituzioni dell’Unione europea. E’ il Parlamento europeo che ne approva l'esistenza, che giudica se il loro Statuto è conforme o no ai principi e ai Trattati su cui si fonda l'Ue riguardo libertà, democrazia, diritti umani e norme di legge, e che può quindi, in casi limite, deciderne lo scioglimento. Occorre notare che il diritto di eliminare un partito per decisione di un Parlamento è una inquietante novità nella democrazia liberale.

I partiti europei non solo non esistono come entità politiche percepite dagli elettori, ma rappresentano un mosaico incoerente, formato da un coacervo di partiti politici nazionali. Sulla politica estera sono filoamericani i popolari spagnoli, antiamericani quelli francesi. Sulla Costituzione europea sono favorevoli i socialisti italiani, contrari quelli francesi. Ma l’esempio supremo della sostanziale inesistenza dei partiti politici europei ci è fornito della nomina, nel 2004, del Presidente della Commissione europea, Manul Durao Barroso e dei suoi 24 commissari. Il Parlamento europeo ha dovuto esprimere la propria fiducia al presidente ed ai Commissari e ci saremmo aspettati che avesse fornito indicazioni sulla scelta dei nomi sulla base delle indicazioni provenienti dai gruppi politici e dai partiti di riferimento europei. Assolutamente no! Il Ppe e il Pse si sono divisi al loro interno sulla candidatura alla presidenza. I popolari francesi erano per il liberale Verhofstad, i laburisti inglesi per il popolare Barroso. Non si è scelto per idee politiche, ma solo per provenienza geografica. La Germania ha difeso” Gunter Verheugen commissario all’industria, la Francia Jacques Barrot ai Trasporti, la Spagna Javier Solana per la carica di Mister Pesc, L’Italia ha tentato, senza successo, di difendere Rocco Buttiglione. I partiti europei hanno assistito all’esibizione muscolare dell’interesse nazionale senza battere ciglio, dimostrando così tutta la loro incoerenza ed inconsistenza politica.

Il Partito Democratico non dovrà pensare a dove collocarsi tra i gruppi ed i partiti europei oggi esistenti, ma raccogliere la sfida e contribuire a creare il primo, vero partito europeo con i seguenti obiettivi programmatici: definizione di una politica di integrazione sulle basi del federalismo europeo, che sappia coniugare realismo alla chiarezza dell’obiettivo finale da raggiungere, l’unione politica del continente su basi statuali; elaborazione di una strategia economica per il governo europeo della moneta e del mercato unico che, pur tutelando il modello del welfare europeo, sappia rispondere con scelte innovative alle sfide della globalizzazione; Politica estera e di sicurezza comuni non più di natura puramente intergovernative, ma inserita a pieno titolo nel quadro comunitario, su basi di equal partnership con gli americani. Il Partito Democratico potrà fare gruppo al Parlamento europeo con chi condividerà queste scelte a prescindere dalle famiglie politiche di origine, contribuendo a creare non uno dei tanti inconsistenti partiti europei, ma il partito dell’Europa. Potrà associarsi con parlamentari provenienti dalla tradizione socialista, popolare e liberale di altri stati membri che condividono il suo programma. Perché mai dovrebbe essere scandalo ideologico in Europa quello che non è scandalo ideologico in Italia? Verrebbe così favorita un salutare scomposizione e riposizionamento delle famiglie politiche europee non in base alle origini dichiarate ma agli obiettivi realmente condivisi. Il miglior modo per onorare le comuni origini europeiste del cattolicesimo democratico, del socialismo riformista e del liberalismo solidarista senza guardare al passato, ma avendo la volontà e l’ambizione di governare il futuro.

Nicola Forlani

Campoleone, 19 ottobre 2006