venerdì 2 gennaio 2009

C'era una volta, il referendum sul trattato costiuzionale

Campoleone, 6 maggio 2007

Il vero intellettuale rifugge dai dibattiti contemporanei: la realtà è sempre anacronistica.

Jorge Luis Borges

C’era una volta, in terre d’oltralpe, il referendum sul trattato costituzionale. Allora, molti europeisti di sinistra si adoperarono per il si. Il no vinse inesorabilmente e trascinò con se la costituzione in una lenta, ma inesorabile, agonia.

Non paghi, gli stessi attivisti di sinistra presero parte per la sorridente ed evanescente candidata socialista in nome di un presunto ed indimostrabile tasso di maggior europeismo. La presa di posizione non ebbe miglior sorte della precedente, a tutto vantaggio del nuovo presidente di Francia.

C’era una volta un dibattito ormai sterile e palesemente includente che tentava di alimentare il confronto politico istituzionale sul nome delle cose e non sulla sostanza delle proposte. Alcuni sostenevano che il trattato di nome “costituzione” fosse più europeista di un trattato che si chiamava “mini”.

Ragionare su cosa, sia l’uno o l’altro, potessero contenere fu cosa che interessò, fortunatamente e a tutto beneficio dei cittadini europei, solo quelle poche teste d’uovo che furono chiamate a negoziare nella nuova Conferenza intergovernativa.

Fortuna che alcuni diplomatici illuminati compresero presto che il processo costituzionale si era chiuso per lasciar spazio al processo di integrazione differenziata.

C’era una volta il più mini dei mini trattati, il progetto Spinelli del 1984. Occupava dodici pagine esatte della gazzetta ufficiale su cui vennepubblicato. Ma apparteneva al passato, a quel federalismo tradizionale che voleva la “cosa politica europea” su basi statuali. In esso si stabilivano, in modo semplice, questioni apparentemente complesse.

La composizione della Commissione era regolamentata per legge organica. Al potere di iniziativa legislativa avevano accesso anche il Consiglio ed il Parlamento. L’Unione
poteva modificare, con legge organica, la natura e la base imponibile delle entrate o crearne di nuove. Si abbandonava di fatto il principio delle competenze enumerate. Chi mai avrebbe avuto il coraggio di lanciarsi nuovamente in così antichi formalismi istituzionali?

C’erano una volta gli europeisti moderni, alla moda, come la bella ed affascinante Ségolène. Erano cortigiani del soft power e del multilateralismo. Una originale concezione dei rapporti internazionali in cui gli americani fanno con gli altri quello che in ogni caso farebbero da soli e dove gli europei, quando c’è da menar le mani, stanno a guardare, ma pronti ad intervenire, a cosa fatte, con portavivande e crocerossine.

C’erano una volta gli europeisti globalizzati. Essi evocavano le cose. Le evocavano a tal punto che, come per incanto, queste si materializzavano. Chiedevano pace, giustizia sociale, uguaglianza tra i popoli, democrazia internazionale e loro, puntuali, non tardavano a raggiungerli per abbracciarli tutti. Erano così convinti dei propri poteri divinatori che iniziarono ad evocare, in riti collettivi, anche il referendum su …su una cosa di “eguaglio”. Ma questa è un’altra favola. C’era una volta …

Nicola Forlani

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